GIUDICARE CI PIACE

Ieri sera stavo guardando una scena del film “I cento passi”. Quella finale. Quella che ti resta addosso.
L’amico di Peppino Impastato, con la voce spezzata dal dolore, prende il microfono e dice:
“Perché in fondo la mafia ci piace. Diciamocelo! La mafia ci piace!”
Una frase forte, scomoda. Ma che, se ci fermiamo davvero ad ascoltarla, parla di tutte quelle volte in cui alimentiamo, anche senza volerlo, ciò che diciamo di non sopportare.

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“I RAGAZZI HANNO PAURA DEL FUTURO. E FORSE SIAMO NOI IL PROBLEMA”

Ho dato ai miei studenti dei bigliettini anonimi.
Quattro domande. Nessun voto. Nessuna esposizione.
Quello che è uscito dovrebbe farci fermare.
Alla domanda: “Cosa diresti al tuo io bambino?” quasi tutti hanno scritto:
❤️ Io abbraccerei.
Non consigli. Non correzioni.
Un abbraccio.
E poi parole che pesano:
❤️“Non è colpa tua”
❤️“Tu vali”
❤️“Andrà bene”
❤️“Non perdere te stesso”
A 15 anni sanno già cosa serve davvero a un bambino.
E questo dice molto. Forse troppo.
Poi ho chiesto: tra 20 anni, come ti vedi?
Risposta più frequente:
“felice.”🥰
Non successo. Non soldi.
Felicità.
Ma alla domanda successiva — qual è la parola che ti fa più paura? — la risposta più scritta è stata:
“futuro.”😵‍💫
E qui c’è il cortocircuito.
Desiderano il futuro.
Ma ne hanno paura.
Perché quel futuro è pieno di:
🎖aspettative
🎖giudizi
🎖possibilità di fallire
Non hanno paura di vivere.
Hanno paura di non essere abbastanza mentre vivono.
Infatti tornano sempre le stesse parole:
“deludere la mia famiglia”
“valutazione”
“competizione”
Ultima domanda: dove ti senti al sicuro?

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Chiara e il suo mondo interiore

La chiamerò Chiara.🌻
E’ una mia studentessa.
Tre giorni fa mi ha scritto: “Prof, avrei bisogno di parlarle”.
Chiara è una ragazza silenziosa. Intelligente. Sensibile.
Di quelle che in classe quasi non si notano. Non perché non abbiano niente da dire, ma perché spesso il mondo parla più forte di loro.
Il giorno dopo ci incontriamo.
E succede una cosa bellissima: lei inizia a raccontare.
E racconta tanto.
Scopro che ama la musica.
Che fa danza.
Che legge moltissimi libri… perché, mi dice, nei libri possono vivere tante vite diverse.
Poi mi racconta anche altro.
Mi racconta del bullismo che ha vissuto.
Ma non me lo racconta con rabbia.
Non me lo racconta nemmeno con vittimismo.
Me lo racconta con una lucidità che mi ha colpito molto.
Si vede che ha fatto un percorso. Che ha imparato a guardarsi dentro. A capire le proprie ferite.

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Teresa Manes ha incontrato i ragazzi della scuola in cui insegno. Ed è stata lei ad insegnarci tanto!

Lunedì 9 marzo tutti gli allievi del primo anno del nostro Liceo Scientifico hanno organizzato, in collaborazione con l’Associazione “4 Maggio” di Cerreto, un importante incontro con Teresa Manes, madre del protagonista del film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”.
Per settimane i ragazzi si sono preparati con impegno e sensibilità per affrontare il delicato e attuale tema del bullismo, riflettendo insieme su come promuovere rispetto, ascolto e consapevolezza tra i giovani.
Durante l’incontro i tanti studenti presenti sono stati invitati a scrivere in forma anonima su alcuni bigliettini le proprie storie, domande e riflessioni sul tema. Alcuni di questi messaggi sono stati letti al microfono dai nostri ragazzi, dando voce a pensieri profondi e a esperienze spesso difficili da raccontare.
I restanti bigliettini — circa 200 — sono ora al lavoro degli studenti della scuola, che li stanno trascrivendo per realizzare un documento leggibile e condivisibile da tutti, affinché le parole e le emozioni emerse possano diventare patrimonio comune di riflessione.
L’iniziativa ha coinvolto non solo gli studenti del nostro istituto, ma anche i ragazzi e le ragazze delle altre scuole presenti nell’Aula Magna dell’Istituto “Morea”, creando un momento di ascolto, condivisione e partecipazione.
A chiudere l’incontro, le parole di Teresa Manes hanno lasciato nei ragazzi un messaggio forte e pieno di speranza:
«Non mettete da parte i vostri sogni. E se state in un gruppo dove ci sono ragazzi che vorrebbero non farvi più sognare o vi isolano, voi allontanatevi e andate altrove. Ma continuate a seguire i vostri sogni!»

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UNA VIA DOVE E’ ACCADUTO …

La strada è angusta, anche se si trova a due passi dal centro di Monza.
Se ci capiti per caso di notte, sprigiona tutta la sua dimensione grottesca. Tu cammini, e senti il rumore riecheggiante dei tuoi passi, così chiari e definiti che ti volti per vedere se qualcuno ti stia seguendo. E invece sei solo.
O forse no?
Forse una presenza in questa via c’è davvero. Una presenza che non se ne andrà mai.
Perché è proprio qui che visse Marianna De Leyva.
Figlia di Martino De Leyva, importante comandante dell’esercito spagnolo, nacque nel 1575 a Milano, in una stanza all’interno di Palazzo Marino. Del resto era pure figlia della figlia di Tommaso Marino, quel ricco banchiere genovese che aveva fatto costruire l’attuale sede del Comune di Milano. E qui visse i primi anni della sua vita.
Poi rimase orfana di madre, e fu spedita in convento.
Il padre intanto tornò in Spagna e fece di nuovo famiglia. La piccola Marianna, invece, cominciò un’altra vita, e nel 1588 entrò nel monastero benedettino di Santa Margherita a Monza con il nome di suor Virginia Maria. Ebbe inoltre l’onere di amministrare la giustizia in città. I De Leyva erano feudatari della contea di Monza, per cui a rotazione suor Virginia alternava questa carica con i suoi due fratellastri.
Ed è proprio durante la sua amministrazione che conosce Gian Paolo Osio.
Il primo incontro avviene per caso: il giovane, che ha il palazzo che guarda proprio all’interno del monastero, sta scambiando qualche sguardo un pochino troppo avventato con una educanda. Così suor Virginia nota i due che tubano a distanza, si arrabbia ed espelle l’educanda per poi bandire dalla città Gian Paolo Osio, accusato inoltre di omicidio.
In realtà la condanna dura un anno, poi ha modo di redimersi e tornare sfrontatamente a chiedere scusa alla De Leyva, la quale accetta il pentimento, ma non solo, accetta anche sporadiche visite dell’Osio nelle sue stanze.
Da qui inizia la loro storia d’amore clandestina.
Nessuno ovviamente all’interno del convento deve sapere niente, tranne quattro suore che nascondono e favoriscono abilmente la relazione.
Nell’ombra, nel peccato, tra le mura del suo convento, suor Virginia resta incinta. Il piccolo però muore poco dopo la nascita.
E’ grande il trauma per la De Leyva, che fa di tutto per allontanare da sè l’Osio: si procura orribili sieri anti-amorosi e si fa consegnare dall’amante le chiavi che utilizza per accedere clandestinamente al convento, gettandole in un pozzo. Ma evidentemente anche queste soluzioni non sono sufficienti, e suor Virginia Maria riprende a frequentare Gian Paolo Osio. Questa volta con ancora più intensità.
E resta di nuovo incinta.
La figlia sopravvive e le viene dato il nome di Alma Francesca Margherita (chi lo sa, forse in onore del convento in cui è nata); il problema è che adesso in tanti sospettano e vorrebbero parlare.
Come la conversa Caterina da Meda, che in occasione della visita di un importante prelato milanese si ripromette di spifferare tutta la storia.
Ma non ne avrà la possibilità: la sua vita viene spezzata da un colpo di archibugio dell’Osio.
Il suo corpo viene in tutta fretta nascosto nella ghiacciaia e si crea una breccia ad hoc in un muro del convento, per far credere in una sua fuga. La situazione però precipita presto e tra varie vicende rocambolesche la storia di Marianna e di Gian Paolo resta tuttora nell’immaginario collettivo.
I due non si rivedranno mai più.
Lui assassinato a tradimento, dopo altri omicidi commessi e una fuga dal carcere di Pavia.
Lei arrestata e murata in una cella di un convento di Milano.
E non avrà nemmeno modo di rivedere la sua Monza, nemmeno dopo il rilascio. Muore molto anziana con una seconda parte della vita dedicata al pentimento.
Però le sue oscure vicende sono ancora lì, ad impregnare quei muri che restano gli ultimi residui del distrutto monastero di Santa Margherita a Monza. Lì, con quel riecheggiare di passi, che ti sembra quasi di trovartela alle spalle, da un momento all’altro, mentre ti impone di allontanarti da quella strada tragica e maledetta, a due passi dal centro. Quella strada che porta il suo nome: Via della Signora… suor Virginia Maria, al secolo Marianna De Leyva, o se preferite suor Gertrude, la Monaca di Monza.

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Prima domenica di Avvento: qualcuno se n’è accorto?

«Come ai giorni di Noè, quando non si accorsero di nulla; mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla».
È possibile vivere così, da utenti della vita e non da viventi, senza sogni e senza mistero.
È possibile vivere “senza accorgersi di nulla”, di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola, di cento naufraghi a Lampedusa o del povero alla porta.
Senza vedere questo pianeta avvelenato e umiliato e la casa comune depredata dai nostri stili di vita insostenibili. Si può vivere senza volti: volti di popoli in guerra; volti di donne violate, comprate, vendute; di anziani in cerca di una carezza e di considerazione; di lavoratori precari, derubati del loro futuro.

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Padre Nostro, passeggia con noi!

Padre nostro…vieni a passeggiare nella nostra anima e facci vedere quante cose belle ci sono. ❤️
Allontana da noi ogni turbamento ed agitazione e immergici nel mormorio del tuo vento leggero che sussurra dall’eternità la tua vicinanza. ❤️
Convincici che non siamo sbagliati e facci fare con gioia ciò che solo noi possiamo fare sulla terra.❤️
Rendici portatori di pace.
Sorreggici nella paura.
Incoraggiaci tutti,
chè qui sulla terra niente è facile.❤️

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NON CERCO FORMULE O PREGHIERE, MA SOLO TE!

Il dubbio di non saper pregare è antico come il mondo.
Facciamo continue elucubrazioni: «Forse Dio non mi ascolta perché non ho pregato “abbastanza” a lungo…o forse perchè non ho pregato “abbastanza” bene…o forse perchè non ho utilizzato parole “abbastanza” giuste…»
Non ci sentiamo mai “abbastanza”.
Eppure sarebbe semplice se solo pregassimo come gli alberi colorati o i gigli del campo, come l’acqua di un lago o la luce del cielo, come i passeri mattutini o i bimbi che crescono.
Loro pregano semplicemente vivendo.
Salmeggiano con la loro esistenza e cantano inni con i loro colori.
Anche noi possiamo pregare così: senza tante parole ma semplicemente vivendo.
Forse il desiderio di avvicinare la terra al Cielo, è già preghiera.
Forse il sogno di voler santificare il Suo nome nei vicoli o nelle campagne, in cucina o in camera, nell’erba o nel mare, nelle mani o nei piedi, è già preghiera.
Forse voler portare l’Amore in ogni latitudine e longitudine, insegnando l’alfabeto di Dio che è fatto di protezione e tenerezza, è già preghiera.
Forse accorgersi che il Regno di Dio è vicino, che la parola “nostro” cambierà il mondo e che la paura non viene mai dal Padre, è già preghiera.
Le creature umane sono un po’ tutte borderline: da una parte vorrebbero essere felici e dall’altra sembra facciano del tutto per non esserlo.
Forse ogni ostinata ricerca di felicità e di bene, è già preghiera.
Forse non poterne più del male e desiderare la liberazione, è già preghiera.
Forse abbracciare la nostra fragilità e sperare che Dio lo stia facendo da sempre, è già preghiera.
Forse avere la forza di cancellare i debiti per volare in alto insieme ad amici e nemici, è già preghiera.
Forse sperare di esser presi per mano per non essere lasciati soli a salmodiare le nostre paure, è già preghiera.
Forse… possiamo cancellare tutti i “forse” che abbiamo appena letto!
«La preghiera è la voce di un “io” che brancola, che procede a tentoni, in cerca di un “Tu”.»
(Papa Francesco – Udienza generale, 13 maggio 2020)
M.C. 🌻

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SE VOLETE UN PEZZETTO DI PARADISO, VENITE QUI

“Come un fiore di pietra non colto,
la Pieve di Romena sboccia da quasi 900 anni sulla pista dei pellegrini.
Poi è stata cuore di una comunità contadina.
Dal 1991 siamo qui.
Non abbiamo inventato niente.
Era già scritto tutto nella forza nascosta di queste pietre antiche.
Dobbiamo solo non sciupare la sua bellezza,
custodire l’accoglienza di chi passa
e coltivare la sapienza dei contadini.”
🌻⚘️🌺🌻⚘️🌺🌻⚘️🌺🌻⚘️🌺🌻⚘️🌺
Segnatevi questo posto, in un angoletto della vostra anima: Fraternità di Romena ❤️
Io ogni tanto ci devo tornare.
Perché ci sono concerti meravigliosi (c’è stato il concetto di Simone Cristicchi con Amara: meraviglioso!)…
Perché ci sono convegni interessantissimi con personaggi belli e umani!
Perché a Romena tutti si sentono accolti: cercatori, credenti, asciugatori di lacrime, eroi quotidiani, rivoluzionari del nulla, poeti sconosciuti, devoti, vagabondi, atleti della vita, delusi da tutti, amanti di tutto, mistici, scienziati, cantanti, adolescenti, anziani …
Perché a Romena c’è il Giardino della Resurrezione, con piante che portano foto di bambini e ragazzi oramai abitanti del Cielo e frasi e giochi donati loro, da chi sta ancora qui in terra.
Perché a Romena c’è la semplicità delle cose e la ricchezza del mondo.⚘️
Perché a Romena c’è don Luigi Verdi (e se non vi è mai capitato di ascoltarlo, fatelo ora https://youtu.be/fSo9Z3ZwsvY?si=6DeVM5tnLT-PHT1z )

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IL 16 AGOSTO 1815 NASCEVA SAN GIOVANNI BOSCO

Don Bosco disse a Domenico Savio:
“Ti voglio regalare la formula della santità. Stai bene attento:
ALLEGRIA: Ciò che ti turba e ti toglie la pace non piace al Signore.
STUDIO E PREGHIERA: Attenzione a scuola, impegno nello studio e nella preghiera; Continua a leggere IL 16 AGOSTO 1815 NASCEVA SAN GIOVANNI BOSCO