Ieri sera stavo guardando una scena del film “I cento passi”. Quella finale. Quella che ti resta addosso.
L’amico di Peppino Impastato, con la voce spezzata dal dolore, prende il microfono e dice:
“Perché in fondo la mafia ci piace. Diciamocelo! La mafia ci piace!”
Una frase forte, scomoda. Ma che, se ci fermiamo davvero ad ascoltarla, parla di tutte quelle volte in cui alimentiamo, anche senza volerlo, ciò che diciamo di non sopportare.
Pensavo a quanto, quella frase, in fondo, parli anche di noi.
Di come ci piaccia giudicare.
Diciamo che non si dovrebbe fare… ma ci piace.
Ci dà una strana sensazione di ordine, di controllo, perfino di superiorità. È sottile, quasi invisibile. Eppure succede.
Anche sui social.
Certe volte, anche lì, parliamo di noi, comportandoci un po’ come la Signorina Rottermeier: penna rossa alla mano, pronti a correggere, valutare, mettere voti.
Eppure, dietro ogni parola scritta, c’è una storia che non conosciamo fino in fondo. C’è un tentativo, un’emozione, un pezzo di verità personale.
Forse potremmo scegliere uno sguardo diverso.
Non quello che giudica, ma quello che accoglie.
Non quello che misura, ma quello che comprende.
Perché incoraggiare non significa essere ingenui, ma essere consapevoli del potere che abbiamo: quello di lasciare un segno leggero oppure uno pesante.
E alla fine, proprio come dice quella frase, il colore che usiamo sugli altri… resta anche sulle nostre mani. 