Chiara e il suo mondo interiore

La chiamerò Chiara.🌻
E’ una mia studentessa.
Tre giorni fa mi ha scritto: “Prof, avrei bisogno di parlarle”.
Chiara è una ragazza silenziosa. Intelligente. Sensibile.
Di quelle che in classe quasi non si notano. Non perché non abbiano niente da dire, ma perché spesso il mondo parla più forte di loro.
Il giorno dopo ci incontriamo.
E succede una cosa bellissima: lei inizia a raccontare.
E racconta tanto.
Scopro che ama la musica.
Che fa danza.
Che legge moltissimi libri… perché, mi dice, nei libri possono vivere tante vite diverse.
Poi mi racconta anche altro.
Mi racconta del bullismo che ha vissuto.
Ma non me lo racconta con rabbia.
Non me lo racconta nemmeno con vittimismo.
Me lo racconta con una lucidità che mi ha colpito molto.
Si vede che ha fatto un percorso. Che ha imparato a guardarsi dentro. A capire le proprie ferite.

Il bullismo non colpisce persone “deboli”.
Colpisce persone sensibili.
Persone profonde.
Persone che hanno un mondo dentro.
E molto spesso queste persone restano in silenzio.
Non perché non abbiano niente da dire.
Ma perché nessuno si ferma davvero ad ascoltarle.
Questa mattina, nell’aula magna del Morea, alle ore 10.00, ascolteremo Teresa Manes, la mamma di Andrea Spezzacatena, il protagonista del film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”.❤️
Parleremo con lei di bullismo.
Ma prima di tutto saremo lì per ricordarci una cosa: in ogni classe, in ogni corridoio, in ogni gruppo… c’è sempre qualcuno che sta vivendo qualcosa che noi non vediamo.
E a volte basta una cosa molto semplice per cambiare tutto.
Accorgersi.
E ascoltare.
Per questo, con il permesso di Chiara, pubblico la sua lettera.
Me l’ha mandata il giorno dopo il nostro incontro.
Ed è bellissima.
Non ho corretto neanche una virgola. Non ce n’era bisogno. Chiara è stata veramente “chiara” nell’esporre il suo mondo interiore.
Buona lettura!🌻
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“Quando si parla di bullismo spesso l’immagine che ci viene in mente è quella della violenza fisica: spintoni, pugni, litigi. Ma esiste anche un’altra forma di bullismo, più silenziosa e spesso invisibile, che è chiamata bullismo psicologico.
La mia esperienza è iniziata in seconda media, ma il periodo più difficile è stato in terza. Non c’erano quasi mai urla o aggressioni evidenti. Non era qualcosa che si vedeva facilmente da fuori. Era soprattutto esclusione.
Essere esclusi significa sentirsi come se ci fosse sempre una porta chiusa davanti a te. I gruppi si formano e tu resti fuori. Le conversazioni iniziano e finiscono senza che nessuno si accorga davvero della tua presenza. Le risate partono e non capisci mai se riguardano qualcosa di normale o se riguardano te. Io venivo spesso presa in giro perché considerata “diversa”.
Non perché avessi fatto qualcosa di sbagliato, ma semplicemente perché non rientravo in quello che gli altri consideravano “normale”.
Quando sei alle medie però essere definito diverso pesa tantissimo. È un’età in cui stai ancora cercando di capire chi sei, e quando le persone intorno a te iniziano a farti sentire sbagliata piano piano inizi a crederci davvero.
Il bullismo psicologico funziona così: non ti colpisce solo nel momento in cui succede qualcosa, ma continua a vivere dentro la tua testa. Ti fa mettere in dubbio ogni cosa. Ogni parola che dici, ogni gesto, ogni parte di te.
Ricordo che spesso mi sentivo completamente sola, come se fossi una persona contro un intero gruppo. E quando nessuno sembra accorgersi di quello che succede inizi a chiederti se il problema sei tu.
Gli insegnanti non si accorgevano di nulla.
Da fuori sembrava tutto normale.
E questa è una delle cose più difficili: a volte è così sottile che chi sta intorno non lo vede.
Arrivi a sentirti quasi matta, perché quello che provi è reale ma nessuno lo riconosce.
Durante quel periodo nella mia vita si sono sovrapposte anche altre difficoltà. Ho dovuto cambiare scuola di danza, un ambiente in cui ero cresciuta, che avrebbe dovuto essere un posto sicuro per me ma dove invece non mi sentivo a mio agio, né con le compagne né con l’insegnante.
Quando più spazi della tua vita diventano luoghi in cui non ti senti accettata il peso diventa ancora più grande. A un certo punto ero arrivata a pensare di non meritare niente e nessuno, di non meritare amicizia, attenzione o rispetto.
Quando nella tua testa sembra che a nessuno importi di te inizi a chiederti perché dovresti importare a te stessa, ed è proprio in quel periodo che ho iniziato a farmi del male. Non perché volessi attirare attenzione, ma perché dentro di me c’era un vuoto enorme e un dolore che non sapevo come gestire.
In quel periodo ho iniziato anche un percorso con una psicologa. È stato un passo importante. Non ha cancellato tutto quello che stavo vivendo, ma mi ha aiutata a capire che il mio dolore aveva un senso e che non ero sbagliata.
Per riuscire ad andare avanti ho iniziato a rifugiarmi in alcune cose che mi facevano sentire un po’ più al sicuro. La lettura, la danza e la musica sono diventate degli spazi in cui potevo respirare, dei piccoli mondi in cui potevo essere semplicemente me stessa. La musica in particolare è diventata qualcosa di molto importante per me, ma anche questo veniva spesso preso di mira. Venivo insultata per il genere musicale che ascoltavo, soprattutto perché si parlava di K-pop, genere musicale per cui si hanno molti pregiudizi. Per questo per molto tempo ho deciso di nascondere questa mia passione. Avevo paura che anche qualcosa che mi faceva star bene potesse diventare un altro motivo per essere presa in giro. Ma la verità è che quella musica mi ha aiutata più di quanto molte persone possano immaginare. In un periodo in cui stavo davvero male mi ha dato conforto. In particolare un gruppo mi ha aiutata tantissimo. Attraverso la loro musica e i loro messaggi sono riuscita a sentirmi meno sola.
Può sembrare strano, ma mi sono sentita capita da persone dall’altra parte del mondo, persone che non mi conoscono e che probabilmente non sapranno mai della mia esistenza, eppure in qualche modo la loro musica mi ha aiutata a rialzarmi.
Oggi non nascondo più questa passione.
Oggi sono fiera della musica che ascolto, perché so che in uno dei momenti più difficili della mia vita quella musica mi ha aiutata a restare in piedi.
Guardando indietro oggi mi rendo conto che una delle cose più difficili del bullismo non è solo quello che succede fuori, ma quello che succede dentro di noi. Il peggior nemico a volte diventa la nostra mente. Perché una parola detta da qualcuno, magari anche solo per ridere o per scherzare, può restare dentro la testa di una persona per anni. Può continuare a tornare indietro nella mente all’infinito, come un’eco che non smette mai. E quella singola parola, che per qualcuno era solo una battuta, può diventare un peso enorme per chi la riceve. Può creare insicurezze, ferite, traumi che si portano avanti nel tempo.
C’è però anche un’altra cosa di cui si parla poco quando si parla di bullismo, ed è il ruolo di chi guarda. Perché spesso non ci sono solo chi fa del male e chi lo subisce. Ci sono anche tante persone intorno che vedono, che sentono, che magari capiscono che qualcosa non va ma non sanno cosa fare. A volte si ride per non sentirsi esclusi, a volte si resta in silenzio per paura di diventare il prossimo bersaglio, a volte si pensa che tanto sia solo uno scherzo.
Ma per la persona che è dall’altra parte quello scherzo non è leggero.
E quel silenzio può pesare tantissimo.
A volte basta davvero poco per cambiare qualcosa. Non ridere a una battuta. Chiedere a qualcuno come sta. Sedersi accanto a una persona che è sempre sola. Far capire, anche con un gesto piccolo, che non è invisibile. Quando qualcuno sta vivendo qualcosa di difficile spesso non ha bisogno di un eroe, ma semplicemente di qualcuno che scelga di non girarsi dall’altra parte. Anche una sola persona può fare la differenza tra sentirsi completamente soli e sentirsi almeno visti. Per questo credo che sia importante ricordare quanto possano pesare le parole.
Una risata può ferire, un’esclusione può far sentire qualcuno invisibile, una battuta ripetuta troppe volte può diventare una ferita che resta.
Ma vale anche il contrario. Un gesto di gentilezza può salvare una giornata, una persona che decide di includere qualcuno può fare una differenza enorme, qualcuno che sceglie di non ridere e di dire “non è divertente” può cambiare molto più di quanto immagini.
A chi oggi sta vivendo qualcosa di simile vorrei dire che quello che state provando è reale e merita di essere ascoltato. Anche se gli altri non lo vedono, anche se sembra invisibile, il nostro dolore conta.
E vorrei dire anche un’altra cosa: essere diversi non è qualcosa di cui vergognarsi.
Per molto tempo mi hanno fatto credere che esserlo fosse un difetto. Oggi so che non è così. Oggi so che quelle cose che mi rendevano diversa, i miei interessi, la musica che ascolto, il modo in cui vivo le emozioni, sono anche le cose che mi hanno aiutata a superare quel periodo e che mi rendono speciale e unica al mondo. E per questo non le nasconderò mai più.
Se oggi anche solo una persona uscendo da qui, penserà due volte prima di ridere di qualcuno, allora raccontare questa storia sarà valsa la pena” 🌻

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