La mistica, l’acqua ed il fuoco!

Lei è Rābiʿa al-ʿAdawiyya al-Qaysiyya, o semplicemente Rābiʿa al-Baṣrī.????
E’ nata e morta a Bassora (717- 801)
E’ stata una meravigliosa mistica araba musulmana e, ad oggi, è ancora la donna sufi più venerata.
Il sufismo, semplificandolo al massimo, potremmo definirlo come la parte più interiore, ascetica e spirituale del mondo islamico, nata per preservare la comunità dal rischio di un irrigidimento della fede e/o di un letteralismo arido e legalistico.
Rischi che, purtroppo, tutte le religioni del mondo corrono. Nessuna esclusa!
La storia ce ne ha dato drammaticamente le prove.
Ma torniamo alla nostra splendida Rābiʿa.
Il sufismo diede alle donne la possibilità di elevarsi al rango di “asceti” e la nostra Rābiʿa lo fu talmente tanto che si guadagnò l’appellativo di “madre del sufismo”. ????????

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Un fulmine e tutto cambiò: si chiamava Martin!

E’ il 17 luglio 1505.

Lutero ha ventidue anni ed entra nel convento agostiniano di Erfurt.

Due anni dopo sarà ordinato sacerdote.

 

Questa sua scelta vocazionale era nata drammaticamente pochi giorni prima: il 2 luglio 1505Lutero stava tornando a Erfurt da Mansfeld, dove aveva visitato dei parenti. Ma nei pressi di Stotternheim, a pochi chilometri da casa, venne travolto da una tempesta.

Ebbe paura.

Corse.

Cercò invano di proteggersi dal temporale.

Ma poi…booom!

Improvvisamente un fulmine gli cadde vicino.

Lui era terrorizzato!

Quella belva lucente e improvvisa lo buttò a terra per ucciderlo e lui non sapeva se sarebbe riuscito a liberarsi dalle sue grinfie per arrivare a casa sano e salvo. Sommerso dai tuoni e dalla paura, corse verso casa facendo un voto disperato a sant’Anna: “Se mi salvo mi farò monaco!!!”

Si salvò. Due settimane dopo, il 17 luglio 1505, entrò nel convento degli agostiniani di Erfurt e iniziò il suo cammino di vita religiosa

Vocazione autentica?

Chi lo sa.

Il padre era convinto di no. Lo aveva già avviato allo studio del diritto e lo vedeva già giurista. Ed ora, invece, eccolo qua: improvvisamente chiuso in un monastero. Ma a Martin lo studio del diritto non piaceva. Forse il giovane – spirito poetico, amante della musica, sensibile al fascino della natura – sentiva già un impulso per la vita spirituale e contemplativa.

Chissà?

Poi arrivò quel temporale tremendo e lui fece quel voto che gli cambiò totalmente il corso della vita.

Ma un voto fatto col terrore accanto, può essere preso seriamente da Dio?

Martin non era educato a porsi certe domande. Era stato educato ad andare avanti a suon di regole e comandamenti, per poi procedere con obbedienza e pentimenti.

Quando studiai Lutero mi concentrai molto sulla sua vita “prima” della vocazione e sulla sua educazione familiare. Il padre, pur provenendo da una famiglia di contadini, era divenuto un piccolo impresario nel settore delle miniere di rame. La madre proveniva da una famiglia cittadina. Martin ci racconta di loro come di due genitori severissimi. Imputò alla loro durezza, per esempio, la sua timidezza.

Ebbe un’educazione familiare rigidissima, tanto che lui stesso affermò che aveva abbracciato la vita religiosa per sfuggire a questo clima.  Ovviamente quel clima familiare e quella severità influì molto anche sulla sua vita spirituale: ai suoi occhi Dio era un padre severo. Punto.

Scriverà lui stesso: “Mia madre una volta mi picchiò a sangue per il furto di una noce”; “Una volta mio padre mi frustò tanto che io scappai e l’ebbi in avversione finchè non si sforzò di riguadagnare il mio affetto”; “A scuola fui bastonato 15 volte in una sola mattina senza motivo. Mi fu chiesto di declinare e coniugare e non l’avevo studiato”.

L’atmosfera familiare era rude, volgare, rozza, devota. In quel tempo nelle credenze della gente incolta, si mischiavano elementi del vecchio paganesimo germanico con la teologia cristiana . Elfi, gnomi, folletti, fate, sirene, streghe, tritoni. A scuola si facevano inni e canti sacri: Sanctus, Benedictus, Agnus dei, Confiteor, Magnificat! In ognuno delle città in cui Lutero andò a scuola, c’erano chiese e monasteri.

Dappertutto campanili, conventi, preti, monaci di diversi ordini, collezioni di reliquie, suono di campane, proclamazioni di indulgenze, guarigioni nei santuari. A Mansfield Lutero ricorda di aver visto un diavolo uscire da un indemoniato.

Povero Martin. Poteva fare un voto a sant’Anna e poi illudersi di potersi sottrarre alla severità che lo intimava di essere obbediente e mantener fede alla promessa fatta?

Lutero voleva salvarsi l’anima e per farlo entrare in convento fu, ai suoi occhi, la scelta più coerente e giusta.

Lì la sua esperienza spirituale fu durissima. Penitenze, digiuni, preghiere…tutto faceva, pur di meritarsi un po’ di amore da quel Padre che non smetteva mai di osservarlo con occhi severissimi.

Si sentiva un peccatore incallito ed a niente servivano le parole del suo confessore Straupitz che, ironizzando amabilmente sui suoi peccati quasi infantili, lo incoraggiava a sorriderne: “Non Dio è irato con voi, ma voi siete irato con lui”.

Finchè venne travolto da un’altra tempesta spirituale: il momento tremendo della sua prima messa. Continua a leggere Un fulmine e tutto cambiò: si chiamava Martin!

Ultima apparizione e poi via!

E’ il 16 luglio 1858.

Per la diciottesima ed ultima volta un’adolescente francese di nome Bernadette sente la misteriosa chiamata interiore a raggiungere la grotta.

Intanto però la polizia ha vietato l’accesso e chiuso l’area della grotta con un’inferriata.

Bernadette allora si reca sulla sponda opposta del Gave, di fronte alla grotta, nella prateria.

Dichiarerà tuttavia di aver visto la signora vicina come le altre volte, come se fosse stata davanti alla grotta. Mi sembrava di essere dinanzi alla grotta, alla stessa distanza delle altre volte, io vedevo soltanto la Vergine, non l’ho mai vista così Bella!”. Continua a leggere Ultima apparizione e poi via!

Franco Battiato e i lupi che scendono ululando

“Prof, ‘sti giorni sembrano tutti esperti di Battiato!”
“È vero”
“Dappertutto si parla di lui”
“È il vizio antico di mettere un defunto sugli altari. Lo rendi perfetto. Lontano dalla normalità. E il gioco è fatto”
“Quale gioco?”
“Il gioco di rendere innocuo qualcuno che, quand’era in vita, faceva discorsi sfrontatamente sinceri e profondi. Realistici. Provocatori. Come questo, per esempio…sentite…”

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Lezione a scuola, fatta ad una prof

Prima ridono i suoi occhi e poi la sua bocca.☺
Abil (lo chiamerò così) è arrivato ad anno scolastico già iniziato e si è fatto subito largo nel cuore dei compagni.
Simpatico, gioioso, ironico senza mai offendere.
Poi in classe è scoppiato “il caso”.
Niente di grave.
Tutto risolvibile.
Ma si sa com’è l’adolescenza: il mondo è diviso in bianco e nero e se qualcuno non è dalla parte giusta, è spacciato. Così, ogni tanto, bisogna lavorare insieme a loro per ricominciare a vedere anche le sfumature della vita.
Na pazienza!????
Eppure è stato proprio in una di queste discussioni di chiarimento (tra l’altro fatta in DAD, quindi una specie di miracolo cosmico) che ho intrasentito una frase di Abil.
Quasi sottovoce, con lo sguardo profondamente consapevole (della serie: “Ho visto cose che voi umani…!”) ha detto: “Tutti devono superare problemi nella vita, ma non bisogna fermarsi lì” ????

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L’amore in un quadro

Matteo (lo chiameremo così) aveva sempre amato la sua Beatrice (anche lei la chiameremo così).
Due figli, tanti anni passati l’uno accanto all’altra e tanta energia positiva in tutto ciò che facevano.
Poi Beatrice, alla soglia dei suoi cinquant’anni scopre qualcosa che non va.
All’inizio è una camminata affaticata ed un po’ impacciata, poi è un verdetto atroce che arriva senza permesso: malattia neurologica degenerativa.????

Boom!????
Come una bomba, tutto esplode e tutto si sgretola.
I progetti per il futuro, i viaggi da fare insieme, la spesa di tutti i giorni, l’appuntamento con la parrucchiera, la passeggiata rigenerante…
Tutto, ma proprio tutto, si allontana.
I gesti che prima erano a portata di mano, diventano ostaggio della fatica.
E con la fatica arriva anche la consapevolezza dell’inevitabile peggioramento.

Beatrice per circa dieci anni lotta come una leonessa contro la malattia che la vorrebbe arresa e pronta a consegnare le sue fragili armi al nemico.
Dieci anni in cui cercherà di camminare con la dignità e l’indipendenza sempre a portata di mano.
Ma poi…
Poi il drago le arriva sempre più vicino.
Azzanna il suo corpo e, da lì in poi, Beatrice avrà come compagno di viaggio il suo letto.
Sempre peggio…
Sempre peggio…
Sempre peggio…
In questa situazione atroce Matteo, oramai diventato pensionato, le tiene la mano.
No, non è una frase poetica la mia.
Proprio letteralmente Matteo, ogni giorno, le tiene la mano, la cura e le parla.
Matteo non lascia la sua Beatrice neanche per un attimo.
La loro camera matrimoniale diventa la camera di Beatrice. Lì deve starci tutto: flebo, farmaci salva vita, macchinari medici e la sedia per Matteo.
Il loro amore diventa un fiore in crescita.
Il loro matrimonio arriva a quel “saranno una sola carne” nel modo più vero possibile.
Insieme sono un inno all’amore.
Matteo le racconta tutto, le parla.
Beatrice è sempre più prigioniera del suo corpo e lo guarda.
Matteo le tiene la mano e la pettina.
Beatrice è sempre più una bambina inerme, bisognosa di tutto.
Matteo la ama e la protegge.
Beatrice guarda il vuoto e lo ama.????

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Il “Giudice scomodo” proclamato beato: non facciamone un santino, ma un esempio da seguire!

E’ il 21 settembre 1990.

Angelo Rosario Livatino non sa che quello sarà il suo ultimo giorno di vita.

Ha quasi 38 anni, è un giudice penale del tribunale di Agrigento e quella mattina, senza scorta, sta andando al Tribunale con la sua Ford Fiesta rossa, passando per i duecento metri del viadotto Gasena, lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta.

E’ lì che vivrà i suoi ultimi istanti di vita.

E‘ una zona di campagna.

Lui è solo.

Sta guidando.

Sono passate da poco le 8.30.

Improvvisamente il terribile agguato.

Una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancano costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale.

I sicari sparano.

La paura è dappertutto.

Rosario Livatino tenta una fuga.

Esce dalla sua auto e cerca scampo nella scarpata sottostante.

Corre!

Prova a salvarsi.

Ma in questa disperata fuga viene raggiunto da uno dei quattro sicari che lo uccide senza pietà, sparandogli a bruciapelo gli ultimi quattro colpi in testa.

A questa valanga di morte e violenza assiste, terrorizzato, Pietro Nava.

Casualmente sta passando da quelle parti.

E’ un agente di commercio e vede tutto.

La sua coscienza lo indirizzerà, poi, verso la scelta più giusta e difficile: raccontare e diventare il testimone oculare di quella morte ingiusta.

Da quel momento Pietro Nava sarà costretto a vivere sotto tutela in una località segreta. Continua a leggere Il “Giudice scomodo” proclamato beato: non facciamone un santino, ma un esempio da seguire!

I petali delle nostre giornate!


Parcheggio.
Ripenso all’ultima cosa vista: una persona in cerca di rinascita e dignità contro un personaggio travestito da giudice. Avete presente “Il giudice” di De Andrè?????
Ogni tanto si incontrano nella realtà.
Sono persone con un metro e mezzo di statura e con il cuore “troppo, troppo vicino al buco del culo” (non è colpa mia se De Andrè è stato così spietatamente sincero nello scriverne il testo).
Discussione con il “giudice”: fatto!????

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Tutto concorre al bene e lo Spirito sa quel che fa

Il 13 settembre 2014 andai a trovare don Aldo Mei.
Come tutti, spesso ci andavo a parlare per ricevere in cambio qualche risposta che sapevo non avrei più dimenticato.
In effetti non ricordo quello che, quel giorno, gli dissi io, ma rammento quello che mi disse lui.
Con il solito sguardo entusiasta che aveva quando stava per dire una cosa importante riguardante Dio, mi porse una bibbia e mi disse:
“Vai a leggere il cap.8 della lettera ai Romani. Cosa c’è scritto al versetto 28? Leggi.”
Io, come tutti coloro che si trovavano al cospetto del don Aldo biblista, lessi ad alta voce come una scolaretta, con la consapevolezza che da lì a poco, avrei certamente scoperto qualcosa di bello ed utile per la mia vita.
“Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.”
“Stop!”
All’ordine perentorio di don Aldo mi fermai.
Adoravo quei suoi “Stop!” detti con l’entusiasmo appresso.
Era come se dietro quegli “stop” ci fosse un “Ehi! Ma non te ne accorgi?”
Mi fermai immediatamente e lo guardai incuriosita.
Che è successo?
E lui mi spiegò entusiasta: “Ora la traduciamo meglio questa frase, eh! Che è ancora più bella!”.
Iniziò a spiegarmi di un termine al singolare…di una lingua greca originale…di una traduzione non sempre perfetta…
Insomma, tra un’esegesi e l’altra, capii come avremmo dovuto leggere e tradurre quel versetto: “Egli fa concorrere tutto al bene di coloro che lo amano”.
Egli! Dio!
Non Tutto concorre al bene…” ma Dio fa concorrere al bene…”
Dio è il protagonista della storia umana e della nostra storia. Lui sta “scrivendo” la storia.
E’ importante capire questo.
“Nell’ora della paura, io in te confido” (Salmo 56,4)
“Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni timore mi ha liberato” (Salmo 34,5)
Una volta (parecchi anni fa) ricordo che andai in parrocchia. C’era un problema di tipo “pastorale”: I numeri non erano più quelli di una volta. Don Aldo appoggiava con forza tutte le iniziative che i parrocchiani stavano facendo, ma non si concedeva assolutamente all’ansia.
Ricordo che tutti erano in stato di allarme.
Lo rincorrevano.
Gli dicevano: “Fino a pochi anni fa…ed invece ora….”
Lui sorrideva con i suoi occhi celesti e diceva: “Facciamo quel che è possibile a noi, ma poi mettiamoci sereni. Non siamo noi a mandare avanti il mondo. C’è lo Spirito Santo che agisce”
Ricordo una persona (molto buona, tra l’altro) che però borbottava disperata: “Eh, lui dice sempre che c’è lo Spirito Santo…lo Spirito Santo…ma qui è un macello e bisogna fare di più”
Ho ripensato a tutto questo quando ho ascoltato le parole di Papa Francesco all’Udienza generale di ieri, mercoledì 17 marzo 2021.
Metto volentieri il testo qui, perché è don Aldo che me lo ha insegnato: lo Spirito Santo fa concorrere tutto al bene. Non è la fortuna. Non è il destino. E’ lo Spirito Santo il protagonista della storia umana. Ed è sempre Lui a spiegarci tante cose invisibili e profonde.
Lascio la parola a Papa Francesco, che è meglio! ????????
“Il primo dono di ogni esistenza cristiana è lo Spirito Santo. Non è uno dei tanti doni, ma il Dono fondamentale. Lo Spirito è il dono che Gesù aveva promesso di inviarci. Senza lo Spirito non c’è relazione con Cristo e con il Padre. Perché lo Spirito apre il nostro cuore alla presenza di Dio e lo attira in quel “vortice” di amore che è il cuore stesso di Dio. Noi non siamo solo ospiti e pellegrini nel cammino su questa terra, siamo anche ospiti e pellegrini nel mistero della Trinità. Siamo come Abramo, che un giorno, accogliendo nella propria tenda tre viandanti, incontrò Dio. Se possiamo in verità invocare Dio chiamandolo “Abbà – Papà”, è perché in noi abita lo Spirito Santo; è Lui che ci trasforma nel profondo e ci fa sperimentare la gioia commovente di essere amati da Dio come veri figli. Tutto il lavoro spirituale dentro di noi verso Dio lo fa lo Spirito Santo, questo dono. Lavora in noi per portare avanti la nostra vita cristiana verso il Padre, con Gesù.
… Ecco qual è l’opera dello Spirito in noi. Egli ci “ricorda” Gesù e lo rende presente a noi – possiamo dire che è la nostra memoria trinitaria, è la memoria di Dio in noi – e lo fa presente a Gesù, perché non si riduca a personaggio del passato: cioè lo Spirito porta al presente Gesù nella nostra coscienza. Se Cristo fosse solo lontano nel tempo, noi saremmo soli e smarriti nel mondo. Sì, ricorderemmo Gesù, lì, lontano ma è lo Spirito che lo porta oggi, adesso, in questo momento nel nostro cuore. Ma nello Spirito tutto è vivificato: ai cristiani di ogni tempo e luogo è aperta la possibilità di incontrare Cristo. È aperta la possibilità di incontrare Cristo non soltanto come un personaggio storico. No: Lui attira Cristo nei nostri cuori, è lo Spirito che ci fa incontrare con Cristo. Lui non è distante, lo Spirito è con noi: ancora Gesù educa i suoi discepoli trasformando il loro cuore, come fece con Pietro, con Paolo, con Maria di Magdala, con tutti gli apostoli. Ma perché è presente Gesù? Perché è lo Spirito a portarlo in noi.
È l’esperienza che hanno vissuto tanti oranti: uomini e donne che lo Spirito Santo ha formato secondo la “misura” di Cristo, nella misericordia, nel servizio, nella preghiera, nella catechesi… È una grazia poter incontrare persone così: ci si accorge che in loro pulsa una vita diversa, il loro sguardo vede “oltre”. Non pensiamo solo ai monaci, agli eremiti; si trovano anche tra la gente comune, gente che ha intessuto una lunga storia di dialogo con Dio, a volte di lotta interiore, che purifica la fede. Questi testimoni umili hanno cercato Dio nel Vangelo, nell’Eucaristia ricevuta e adorata, nel volto del fratello in difficoltà, e custodiscono la sua presenza come un fuoco segreto.
Il primo compito dei cristiani è proprio mantenere vivo questo fuoco, che Gesù ha portato sulla terra (cfr Lc 12,49), e qual è questo fuoco? È l’amore, l’Amore di Dio, lo Spirito Santo. Senza il fuoco dello Spirito le profezie si spengono, la tristezza soppianta la gioia, l’abitudine sostituisce l’amore, il servizio si trasforma in schiavitù. Viene in mente l’immagine della lampada accesa accanto al tabernacolo, dove si conserva l’Eucaristia. Anche quando la chiesa si svuota e scende la sera, anche quando la chiesa è chiusa, quella lampada rimane accesa, continua ad ardere: non la vede nessuno, eppure arde davanti al Signore. Così lo Spirito nel nostro cuore, è sempre presente come quella lampada.
… Tante volte succede che noi non preghiamo, non abbiamo voglia di pregare o tante volte preghiamo come pappagalli con la bocca ma il cuore è lontano. Questo è il momento di dire allo Spirito: “Vieni, vieni Spirito Santo, riscalda il mio cuore. Vieni e insegnami a pregare, insegnami a guardare il Padre, a guardare il Figlio. Insegnami com’è la strada della fede. Insegnami come amare e soprattutto insegnami ad avere un atteggiamento di speranza”. Si tratta di chiamare lo Spirito continuamente perché sia presente nelle nostre vite.
È dunque lo Spirito a scrivere la storia della Chiesa e del mondo. Noi siamo pagine aperte, disponibili a ricevere la sua calligrafia. E in ciascuno di noi lo Spirito compone opere originali, perché non c’è mai un cristiano del tutto identico a un altro. Nel campo sterminato della santità, l’unico Dio, Trinità d’Amore, fa fiorire la varietà dei testimoni: tutti uguali per dignità, ma anche unici nella bellezza che lo Spirito ha voluto si sprigionasse in ciascuno di coloro che la misericordia di Dio ha reso suoi figli. Non dimentichiamo, lo Spirito è presente, è presente in noi. Ascoltiamo lo Spirito, chiamiamo lo Spirito – è il dono, il regalo che Dio ci ha fatto – e diciamogli: “Spirito Santo, io non so com’è la tua faccia – non lo conosciamo – ma so che tu sei la forza, che tu sei la luce, che tu sei capace di farmi andare avanti e di insegnarmi come pregare. Vieni Spirito Santo”. Una bella preghiera questa: “Vieni, Spirito Santo”.
????????

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Storia vera di un quadretto appeso in casa!

Lui è Giorgio (lo chiamerò così), il medico che con l’ozonoterapia mi ha salvata un po’ di anni fa da un’artrosi importante (se qualcuno volesse delucidazioni, volentieri condividerò le informazioni).

Ieri, come tutti i mesi, sono andata da lui per fare la mia terapia. Con il suo permesso condivido, entusiasta per il mistero degli eventi della vita, una sua storia familiare. 

I suoi nonni materni erano una bella coppia con tre bambini piccoli. Vivevano in un paesino collinare: lui falegname e lei maestra del paese. Ad un certo punto, però, arriva una tremenda epidemia di colera.

C’è bisogno che vi descriva il panico? A voi che, come me, state attraversando una pandemia mondiale? Ma anche no!

Ad un certo punto un piccolo alunno di questa appassionata maestra, si ammala di colera. E la maestra che fa? Va a casa sua a fargli lezioni ricche di protezione per il suo futuro. La maestra non voleva che quel bambino rimanesse indietro rispetto ai suoi compagni.

Talvolta l’amore e la passione si alleano così tanto, che non ci permettono più di amare con i conti finanziari a portata di mano: “Rischio – non lo faccio” e “Non rischio – lo faccio”.

Ed è stato così che la maestra si è ammalata di colera, si è aggravata ed è morta.

Il marito resta solo con tre bambini piccoli (di cui la più grande è la mamma del mio medico, una bimbetta di quattro anni e mezzo). La povertà diventa miseria e quell’inverno, per scaldare i suoi bambini, quel falegname dovrà bruciare anche il legno che lui teneva nella sua bottega per lavorare.

Tempi duri. Durissimi.

Un giorno non ne può più. E’ solo. Sta pensando. Non sa più come fare a sfamare i suoi bambini.

Davanti a lui c’è la porta di casa e sopra il ritratto di san Giuseppe. Quante volte gli ha chiesto aiuto! Ma niente. In preda allo sconforto ed alla rabbia, prende un martello che è lì vicino e lo scaglia sul quadro appeso al muro. “Ma dove sei?” Buuum! Il quadro cade.

Ma, proprio in quel momento, qualcuno bussa alla porta. Il falegname apre e si trova davanti ************, l’autorità più ricca del paese. Il signore che possedeva un’immensa villa sulla collina. Il falegname si scusa per il quadro a terra. Non si aspettava questa visita. Ma quel signore arriva subito al punto: “Ho deciso di cambiare tutte le finestre e le porte della mia casa. Me lo farebbe lei questo lavoro?” Continua a leggere Storia vera di un quadretto appeso in casa!