L’8 marzo in prigione per incontrare le storie nascoste dietro le sbarre

Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano, tentano di insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo (Alda Merini).

Ho ripensato a queste parole l’otto marzo scorso, quando ho avuto la fortuna di passarlo in compagnia di un gruppo di detenute.

Donne rinchiuse in un carcere, Alda Merini rinchiusa in un manicomio, ma anche noi a volte altrettanto rinchiuse nella cella delle nostre paure, insicurezze, problemi economici, solitudine, fallimenti, fatica … 

Quei miei cinque bambini dovevano studiare. Li volevo far studiare! E l’unico modo era portarmeli via con me, lontano da quel campo rom. E così ho fatto, accettando il rito che mi permetteva di trovare la mia indipendenza. Mio marito mi ha fatto un taglio con un coltello sul naso e quella cicatrice è rimasta con me”

Giulia racconta quest’episodio alle mie alunne che la fissano a bocca aperta e poi aggiunge sorridendo, quasi per sdrammatizzare: “Sono sopravvissuta a cose peggioriEsile, minuta, ai miei occhi è come una possente guerriera che ha combattuto dure battaglie.

Siamo nella sezione femminile del carcere di Pesaro ed al Liceo Artistico “E. Mannucci” di Fabriano è da dicembre che desideriamo una “Festa della donna” passata ad ascoltare vite femminili nascoste ai più.

E’ spietatamente sincera Giulia quando racconta la sua detenzione per furto. Ha imparato da un pezzo a non nascondersi dietro l’apparente facciata socialmente costruita. Proprio per questo aggiunge con estrema schiettezza: “Se dovessi uscire e dovessi rivedere i miei figli bisognosi di qualcosa, per loro io ruberei ancora. Scarpe da ginnastica, libri…”.

Lei è “dentro” ed i suoi cinque figli sono fuori. I primi due oramai laureati. Gli altri tre ancora in cammino. L’ultima ha dovuto ritirarsi da poco dalla scuola perché non aveva più le risorse finanziarie sufficienti per continuare a studiare. Ora lavora, senza però essersi lasciata alle spalle il sogno di poter studiare. Un giorno forse ci riuscirà.

Auguri a tutte! Madre e figlie!

 

“Io non finirà mai di ringraziare Dio per quest’arresto” dice Daniela, una giovane ragazza di 28 anni, bella, grintosa e con un rosario al collo. “Entrare in carcere mi ha salvata dalla tossicodipendenza. Qui mi sono disintossicata e qui sto ricominciando a vivere. I primi mesi ho pianto così tanto che credo di aver versato tutte le lacrime di un’intera vita. Ho sofferto così tanto da non potersi descrivere. Ho un figlio di cinque anni ed ogni volta che lo sento al telefono salto dalla gioia, per poi passare al dolore lacerante. Chiudere quella telefonata è ogni volta uno strazio. Un bambino dovrebbe stare vicino sempre alla sua mamma. Per colpa mia lui non ci sta. Ho spacciato, per questo sono qui. Ma è stato proprio mio figlio a darmi la forza di disintossicarmi e di ricostruire la mia vita. Tra pochi mesi uscirò ed entrerò in una comunità. Pian piano riprenderò la mia vita in mano”.

Auguri a Daniela!

I miei studenti sono silenziosissimi ed osservano attentamente anche le virgole dei loro racconti. Le detenute ci hanno preparato dolci e bibite e quell’allegro vociare di benvenuto proprio non se lo sarebbero mai aspettato. Dalle crostate siamo poi passati ai sorrisi, dai sorrisi ai racconti, dai racconti agli abbracci, dagli abbracci alle lacrime.

Non riuscivo più a portarli via. Volevano fare ancora domande…ancora foto…ancora canti…ancora racconti…ancora vita da imparare da loro: le detenute.

La cosa che più mi manca è la marea di piccoli gesti che ci rendono liberi. Quelli a cui neanche facciamo caso quando siamo fuori.”

“Ho 24 anni ed il giorno in cui sono stata arrestata per spaccio, avevo appena fatto il test di gravidanza. Quel giorno avevo saputo di essere incinta.”

“Qui dentro facciamo tante attività e nascono pure amicizie”

“Però non pensiate che il carcere sia una passeggiata. E’ dura. Durissima! Si litiga, ci sono tensioni. Andare d’accordo in una condivisione forzata non è facile”

“Io ho accettato di incontrarvi perché voi non facciate gli stessi errori che ho fatto io”

“La libertà è la cosa più bella che c’è!”

Se potessi uscire per 24 ore? Starei con mio figlio e andrei a mangiare una pizza. Quelle pizze con la mozzarella fumante!”

Io ho conosciuto le carceri dove le botte si prendono. Qui no, ma in altri, sì. Eccome se si prendono!”

Ci raccontano di bambini che crescono in carcere, delle loro speranze per il futuro, del senso di colpa che non le lascia mai in pace, della maternità vissuta con sofferenza e dell’amara consapevolezza di aver travolto anche la loro famiglia nei loro errori. I figli prima di tutto.

Le donne hanno un mondo interiore complesso.

Eppure è proprio grazie alla profondità della loro sfera emotiva che le donne recluse trovano risorse interiori inaspettate. E’ grazie a tali risorse che il mondo femminile carcerario riesce a raggiungere corde viscerali ed intime, per poi stimolare cambiamenti profondi.

Le osservo e mi piace la loro spontaneità, la loro amicizia e la loro solidarietà.

Non nascondono difficoltà. Si prendono in giro. Ridono e scherzano. Ci parlano della nostalgia del cielo. Una di loro è silenziosa, accartocciata vicino al termosifone, paralizzata dal dolore.

Nei saluti finali la sua figura muta non è sfuggita alle mie alunne. La vanno ad abbracciare con una tenerezza infinita. Lei non parla. Abbraccia e piange.

Alda Merini che ha fatto spesso a botte con la vita, capiva benissimo il dolore delle rinchiuse.

Lei che spesso amava in silenzio ed urlava la sua rabbia, comprendeva gli atteggiamenti esageratamente spavaldi di chi reclama attenzione e protezione con parole sfrontate.

Bravissima ad intuire le sofferenze umane, ha aiutato tantissimo i detenuti del carcere di Bergamo. In silenzio portava consolazione e aiuto materiale. Chiedeva costantemente di loro al suo amico Bordoni, assistente al carcere. Voleva sapere della madre ammalata di quel detenuto o della salute del figlio di quell’altro. “Non li aveva mai visti i carcerati, ma li amava” racconterà il suo amico in un’intervista http://bergamo.corriere.it/notizie/cultura-e-spettacoli/18_febbraio_20/alda-merini-soldi-donati-detenuti-carcere-bergamo-075c2264-164d-11e8-8b95-2b1380502f20.shtml ).

«Erano gli emuli dei suoi dolori. Non ha mai voluto venire nel penitenziario. Quelle celle le ricordavano troppo il male che le era già caduto addosso. Diceva: “Le inferriate sono impietose, sono gabbie dove la vita si spegne se non c’è identità”. Però la Merini in quelle prigioni è entrata salvifica, tanto che dedicò ai reclusi una poesia… «Non abbiate paura delle sbarre che segnano il tempo con mani di rapina – vi ruberanno forse i sospiri d’amore, entrerà la paura nel vostro sangue e poi moriranno altri fiori, ma voi, come figli di Dio come fiori abituati a morire andrete oltre le sbarre…».

(tratto da «Pensieri ed Emozioni – La voce dal silenzio di un carcere)

 

“E’ bello quando l’uomo riesce a trovare e cercare Poesia in un luogo di detenzione che io chiamo prigione. Ma l’uomo non deve dimenticare che vive nella prigione del suo corpo e dei suoi pensieri. Quindi anche il detenuto ha diritto al suo spazio di libertà e alla sua anima.

…Siate benedetti Voi che riuscite a cantare la sacralità delle prigioni, pensate a quanti fiori di preghiera possono nascere dal vostro labbro, e che ci sono fiori bellissimi che vivono avvinghiati ad una sbarra. Forse qualcuno morirà dietro a questa sbarra ma comunque il dolore è una grande semina, e se non servirà a voi servirà alle nuove generazioni che dal Vostro dolore faranno nascere nuova letizia.”

(Alda Merini per le donne del laboratorio di teatro di San Vittore)

 

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http://www.if-press.com/It/Libro/7/22/Nei_luoghi_di_Francesco_per_incontrare_Dio 

3 pensieri su “L’8 marzo in prigione per incontrare le storie nascoste dietro le sbarre”

    1. Carissima Tania, volevo semplicemente augurarti buona Pasqua. E’ la festa di noi che tentiamo dir risorgere ogni giorno…è la festa di Dio che fa il tifo per noi…è la festa della vittoria di Gesù Cristo della morte…è la festa!
      Un grandissimo abbraccio alle persone con animi delicati come il tuo!
      Maria Cristina

  1. Grazie, Cristina.
    Mi hai letto nel pensiero. Stavo per scriverti un augurio per la Pasqua ormai alle porte.
    E’ vero quello che dici: in questi giorni osservo il mio stato d’animo ed è per sommi capi triste ed altri gioioso, quasi a voler partecipare agli stessi stati d’animo di Gesù.
    Sono felice di questo e di averti anche come sorella nel Cammino.
    Un bacione a te e alla tua splendida famiglia.

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