E’ DIFFICILE ESSERE MATTI IN UN MONDO DI PSEUDO SANI

Capita.❤️
Capita di star leggendo un libro e poi incontrare qualcuno che protagonista non è, eppure è lì, davanti a te.
In carne e ossa.
Non è il protagonista del libro, eppure ti racconta un pezzetto di vita, come se quel libro narrasse di lui.????
Sto leggendo “L’altra verità” di Alda Merini.
I suoi anni di manicomio raccontati da lei, la grande poetessa dei poveri e dei diseredati.
Ci sono persone destinate a sentire la vita in maniera più intensa: lei è una di queste.
Un privilegio, che a volte però pesa come una condanna, perché una mente vulnerabile può rimanere quasi schiacciata da tanta sensibilità.
Genio creativo e smisurato amore per la vita.
Riusciva a fotografare la realtà, rubandone segreti e contraddizioni.
Cogliendo la bellezza della rosa e il dolore delle sue spine.
La felicità di questo testo non è altro che l’incontro con la perfezione del dolore; la salvezza è il battesimo verbale della disperazione” scriverà Giorgio Manganelli nell’introduzione.
Ieri, improvvisamente e proprio alla fine della mia lettura, mi sono comparse davanti le lacrime di Davide (lo chiamerò così).
Proprio mentre ero arrivata alla pagina 88 del libro, mi sono entrate dentro le parole singhiozzanti di Davide.
“Ho passato una vita a sentirmi solo tra la gente, ma io ridevo. Ho riso sempre. Magari mi avranno sempre preso per matto, ma io ho sempre cercato di ridere perché, mentre ridevo, dicevo a me stesso “Io ce la farò. Io ce la farò. Io ce la farò!”
E mentre le sue lacrime uscivano senza il suo permesso dai suoi occhi ed il suo sguardo grondava lotta dolorosa, mi è venuto normale vedere in lui “Il matto” di Fabrizio de Andrè.

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore
E non riesci ad esprimerlo con le parole
E la luce del giorno si divide la piazza
Tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa
E neppure la notte ti lascia da solo
Gli altri sognan sé stessi e tu sogni di loro”
L’ascolto spesso questo commovente e tristissimo testo poetico. Ci racconta che dietro ogni scemo c’è un villaggio.
Ieri i ragazzi a scuola mi dicevano: “La cosa che più infastidisce? Vedere gli adulti che si sentono un gradino più in alto rispetto a…”
Noi adulti crediamo di farcela, ma non li freghiamo facilmente.
Soprattutto se ci mettiamo a salmodiare prediche su un trono qualsiasi.
I ragazzi hanno un cuore che si accorge di tutto.
Sono anime fragili e ribelli.
Ma torniamo alle lacrime di Davide, nascoste dalle sue risate forzate.
Le ho pensate tutto il giorno.
Ed è stato così che, quasi casualmente, mi sono imbattuta in un testo poetico sui manicomi e sulle anime delicate che di lì sono passate.
Un testo spirituale mescolato con una musica struggente e che si intitola: “Sognando” di Don Backy.
E’ poesia che taglia l’anima.
E’ canzone che incanta.
E’ capolavoro che dà voce agli abbandonati nei manicomi.
“Io cerco spesso di volare nel cielo…” grazie Don!????
Me ne sto lì seduto e assente, con un cappello sulla fronte
E cose strane che mi passan per la mente
Avrei una voglia di gridare, ma non capisco a quale scopo
Poi d’improvviso piango un poco e rido quasi fosse un gioco
Se sento voci, non rispondo / Io vivo in uno strano mondo
Dove ci son pochi problemi / Dove la gente non ha schemi
Non ho futuro, né presente, e vivo adesso eternamente
Il mio passato é ormai per me, distante
Ma ho tutto quello che mi serve, nemmeno il mare nel suo scrigno
Ha quelle cose che io sogno, e non capisco perché piango
Non so che cosa sia l’amore / E non conosco il batticuore
Per me la donna rappresenta / Chi mi accudisce e mi sostenta
Ma ogni tanto sento che, gli artigli neri della notte
Mi fanno fare azioni, non esatte
D’un tratto sento quella voce, e qui incomincia la mia croce
Vorrei scordare e ricordare, la mente mia sta per scoppiare
E spacco tutto quel che trovo / Ed a finirla poi ci provo
Tanto per me non c’è speranza / Di uscire mai da questa stanza
Sopra un lettino cigolante, in questo posto allucinante
Io cerco spesso di volare, nel cielo
Non so che male posso fare, se cerco solo di volare
Io non capisco i miei guardiani, perché mi legano le mani
E a tutti i costi voglion che / Indossi un camice per me
Le braccia indietro forte spingo / E a questo punto sempre piango
Mio Dio che grande confusione, e che magnifica visione
Un’ombra chiara mi attraversa, la mente
Le mani forte adesso mordo e per un attimo ricordo
Che un tempo forse non lontano, qualcuno mi diceva: ‘t’amo’
In un addio svanì la voce / Scese nell’animo una pace
Ed è così che da quel dì / Io son seduto e fermo qui

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