La Luce, c’è!

Il monte Tabor. Circa duemila anni fa. Un fiore di luce esplode nel deserto e tre uomini lo vedono. Ed è una meraviglia. E’ un volto illuminato da “dentro” e Pietro, Giacomo e Giovanni l’ammirano. E non vorrebbero più guardare da altre parti.

Roma. 6 aprile 1520. Venerdì Santo. Raffaello Sanzio, dopo quindici giorni di agonia, sfinito dalla febbre e dai ripetuti e inutili salassi, muore nel giorno del suo 37esimo compleanno. Poco prima di ammalarsi aveva iniziato la famosa “Trasfigurazione” che, purtroppo, non riuscì a terminare nella sua parte inferiore (poi finita da Giulio Romano).

Ma la parte superiore, sì!

Quella l’aveva finita e quella volle davanti a sé, mentre sorella morte si avvicinava a lui.

Vasari ricorda che “gli misero alla morte, nella sala ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinal de’ Medici: la quale opera, nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava”.

Per oggi guardiamo “La trasfigurazione” di Raffaello come fosse la prima volta. Guardiamola come la guardò lui. Era giovane, ricco, bello e costretto ad abituarsi a morire di lì a poco. Ebbe solo pochi giorni per abitarsi all’idea di lasciare tutto. Ma come si fa ad abituarsi alla morte? Raffaello si fece portare nella sua camera l’ultima pittura che stava realizzando: “La trasfigurazione”. Continua a leggere La Luce, c’è!

Abbiamo farfalle bianche e luce, intorno a noi

La vita mi ha regalato delle amiche fidatissime.

Sono amiche a cui potrei anche dire di aver fatto il peggio del peggio, sapendo con certezza che non mi lascerebbero mai da sola. Ne ho le prove! Ma, soprattutto, le amo per una caratteristica: con loro posso parlare di tutto ma, soprattutto, di Cielo. E così loro mi raccontano, mi insegnano, mi incoraggiano…insomma: mi aiutano a volare alto e vedere con amore anche ciò che amore non è.

Ieri una di queste super creature, mi ha raccontato due fatti che io cercherò di condividere mantenendo, come al solito, la privacy. Continua a leggere Abbiamo farfalle bianche e luce, intorno a noi

Ci sono angeli intorno a noi!

L’ultima volta che ci ho parlato è stata una decina di giorni fa.
Federico (come al solito cambio i nomi ma la sostanza è quella) era in casa con il Covid e mi diceva: “Cri, auguri per l’intervento che dovrai fare!????“.
Lui, malato, ogni giorno un po’ più debole, a casa ad accudire la moglie anche lei malata di Covid, diceva a me con tutta la sincerità dell’universo: “Auguri!”. ❤
Federico l’ho conosciuto parecchi anni fa e posso dire con certezza essere una delle poche persone veramente buone nel profondo, che io abbia mai conosciuto. ❤️
All’inizio lo osservavo per vedere se davvero era così “di cuore”. Poi, con il passare degli anni, ho dovuto ammetterlo: “Federico ha davvero un cuore grande! Pure quando si arrabbia, fa tenerezza!”????
Non ci riesce più di tanto.
In quest’ultimo anno di pandemia, lui e la moglie sono sempre stati attenti e prudenti.
Anzi: attentissimi!
Federico non aveva mai dimenticato gli strascichi di una polmonite importante che lo aveva quasi spezzato, circa tre anni fa.
Ma, purtroppo, la nostra “attenzione” non sempre incontra la sua sorella gemella anche negli altri.
E così, in nome della superficialità umana, qualcuno è intervenuto e li ha trascinati nell’incubo del Covid.
Nell’arco di pochissime ore i polmoni di Federico si sono ricordati della loro debolezza ed hanno iniziato ad aggravare la situazione.
Federico peggiorava ed aiutava gli altri a star sereni.
La settimana scorsa, mentre entravo nell’ospedale della mia città per il mio terzo intervento, guardavo le finestre dove Federico era stato ricoverato d’urgenza.
Poi io mi sono addormentata per l’anestesia e Federico è stato sedato per l’intubazione.
Tutto nell’arco di poche ore.
Hanno ragione i medici: si esce dal Covid con grande lentezza, ma si peggiora a gran velocità.????
Ora Federico è nell’ospedale di san Benedetto in compagnia di angeli custodi con il camice bianco che stanno cercando di portarlo oltre la tempesta.
Lo stanno proteggendo dal Covid per quello che possono ed ogni giorno telefonano alla famiglia per dare aggiornamenti.
Ed io sto imparando tanto sulla legge dell’Amore che pervade l’universo.
Sto imparando che alcuni vi sono proprio immersi e neanche lo sanno.
Non hanno il tempo di rifletterci su.
Devono amare in modo urgente. ❤
Le frasi che riporterò ora, le sto scrivendo con il permesso della figlia, con cui tutti i giorni mi sento. ????
E’ lei che, tutti i giorni, vive col cellulare accanto e con il cuore che rimbalza ad ogni squillo.????
E’ lei che gli ha parlato attraverso la finestra dell’ospedale, quando ancora aveva solo il caschetto per l’ossigenazione, poche ore prima che lo sedassero.????
E’ lei che sta camminando, insieme a tutta la famiglia, tra il dolore e la speranza.????
E’ lei che mi sta insegnando tanto!????
Chissà che questo scritto non serva anche ad altri?

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Spargitori di pane e giustizia

E’ stata un’IMBOSCATA in piena regola, probabilmente a scopo di sequestro.
Stavano portando dei viveri alla scuola del villaggio di Rutshuru, passando su una strada che era stata indicata come “sicura”. Erano in sette a condividere la generosità di quella consegna coordinata dal Programma alimentare mondiale (Pam-Wfp).
Tre di loro verranno uccisi e quattro rapiti (uno è stato già ritrovato)
E’ stato un AGGUATO a fermare il battito del cuore di Luca, Vittorio e Mustapha mentre, su un’auto dell’Onu, attraversavano il nord Kivu, una regione della Repubblica democratica del Congo, da anni teatro di violenti scontri tra decine di milizie che si contendono il controllo del territorio e delle sue risorse naturali.
E’ stato uno SCONTRO tra ranger e rapitori, a circondare il convoglio e ad uccidere tre cuori coraggiosi.
 
IMBOSCATA, AGGUATO, SCONTRO: le tre armi del male sono state riunite dai guerrieri delle tenebre per eliminare chi, come loro, non è.
Una trappola vigliacca “costruita” da un commando di sei uomini armati di machete e Kalašnikov.
 
Lunedì 22 febbraio 2021, alle 10.15 (le 9.15 in Italia) hanno fermato le due auto in un tratto sterrato ed isolato. Il primo a cadere è stato Mustapha, l’autista di uno dei due veicoli. Luca (il nostro ambasciatore) e Vittorio (il nostro carabiniere) sono stati trascinati a forza nella foresta. Vittorio morirà poco dopo. Luca, invece, in ospedale, dopo un’ora di agonia.

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Domani mattina nuova sfida!

Domani mattina, alle 8.30, mi aspetta questo bel soffitto. Nell’arco di poco tempo sono arrivata all’intervento chirurgico n.3 ma questo numero mi è sempre piaciuto tanto.????
Fin da quand’ero piccola.
Quindi oso sperare che possa fermarsi qui la testardaggine del tumore che mi vorrebbe spesso in sala operatoria.????????
Da domani, quindi, per un po’ di giorni, vedrete nella pagina fb pochi post (quelli che ho messo “in memoria”).
Ma non vi preoccupate eh! Torno! ????
Intanto, in questo periodo, ho imparato …
1) che la serenità non te la puoi dare da solo (un po’ come il coraggio di cui parlava don Abbondio nel celebre capitolo dei Promessi Sposi), però puoi chiederla e fare di tutto per rincorrerla. E giuro che accadono eventi quotidiani bellissimi! Ieri per esempio, dopo aver fatto le visite di routine prima dell’intervento, ero entrata a salutare quel Gesù che fa finta di nascondersi dietro un tabernacolo, nella chiesetta dell’ospedale. E gli parlavo non esattamente con la serenità in mano. Gli chiedevo, senza mezzi termini, di rispondermi … E quando sono uscita dalla chiesetta, ho incontrato… che mi ha bloccata e mi ha detto con gli occhi lucidi…
Vabbè, nei particolari non ci entro perché poi scriverò tutto nel libro ed ora non vorrei annoiarvi, ma mi preme incoraggiare tutti coloro che stanno attraversando una valle oscura: guardiamo il Cielo che Dio ci è vicino!????????????
2) che in giro ci sono un sacco di brave persone e che spesso devi essere tu a fare il primo sorriso e la prima gentilezza. Giusto per smaltire quel nervosismo o quella routine che qualche giornata accompagna il nostro interlocutore, fin dal primo mattino. E se non sorride anche lui? Pazienza. Lo farà più tardi. Perché è impossibile che un sorriso non cambi la giornata. Più sorrisi insieme possono cambiare il mondo.☺️????
3) Non so bene perché esistono le malattie e su questo punto Dio dovrà darmi un sacco di spiegazioni quando un giorno ci incontreremo faccia a faccia. E conto sulla sua precisione affinché riesca a chiarirmi bene la cosa, perché io farò domande precise. So però che Dio non manda malattie come fossero frecce lanciata dal monte Giove sugli umani inermi e messi alla prova da Lui. E’ che proprio non le manda!
Neanche come “prova” (termine bruttissimo che racconta più di un Dio imperterrito ed esigentissimo allenatore degli uomini, che non di un Padre che protegge ed accarezza).
Io so solo che quando ci ammaliamo Dio ci è vicino più che mai. Ci ama più che mai. E ci dà anche dei segnali della sua vicinanza.
Se solo ce ne accorgessimo!
Quel medico bravo che…quell’amica affettuosa che… quella battuta scherzosa che… quella diagnosi preventiva che…
E so che anche una malattia può diventare un tempo di grazia e non di sfortuna.????????
4) La malattia è un tempo che può essere usato per capire più velocemente alcuni concetti fondamentali. Per esempio che la vita è bella, che siamo dei privilegiati ad averla e che non ci stancheremo mai di lei. Cascasse il mondo, noi continueremmo a desiderarla. Sarà che siamo fatti della stessa sostanza di Dio? Un po’ di gratitudine credo ci stia bene, ad ogni alba!????????
Buona serata a tutti e se qualcuno, domani mattina, non avendo tanto da fare, volesse parlare di me a Dio, anche solo per un secondo…così, anche di sfuggita, ma con il cuore…beh, sappia che io ho anticipato i tempi ed ho messo già di fronte Dio tutti coloro che lo faranno. Così nessuno di noi fermerà la leggera brezza dell’amore che scavalca chilometri e tempi ed arriva ovunque. Anche in un reparto chiuso agli esterni, per via del Covid.
Arrivederci a presto!????????

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La vita incredibile di Araminta Ross: nome in codice “Mosè”

Non sappiamo con precisione in che anno sia nata (tra il 1820 e il 1825), ma sappiamo che ha iniziato la sua vita da schiava.

La sua bisnonna materna, Modesty, era giunta bambina negli Stati Uniti, su una nave di schiavi.

Anche sua madre, Harriett Green, e suo padre, Ben Ross, erano entrambi schiavi.

Ebbero nove figli, una vita drammatica ed una lotta disperata per mantenere unita la famiglia.

Ma il padrone, Edward Brodess, gliene vendette comunque tre.

Dolori immensi per Harriet.

Pure la piccola Araminta, a sei anni, fu venduta ad una certa Miss Susan, per fare da tata al figlio appena nato. Ma la regola era chiara: se il bambino avesse pianto, lei sarebbe stata frustata.

Araminta lo cullava, gli parlava, faceva il possibile per non farlo piangere. Ma un neonato è un neonato. E così lei si trovò le prime cicatrici sulla sua pelle delicata di bambina, a causa di un pianto innocente e di una donna terribilmente colpevole.

La piccolissima Araminta cercava di difendersi dalle frustate indossando diversi strati di vestiti, ma il suo destino era quello di esser frustata quasi tutti i giorni. Un giorno venne frustata per 5 volte prima di colazione, e di quella drammatica esperienza porterà le cicatrici per tutta la vita.

A tredici anni venne mandata a lavorare nella piantagione di un certo James Cook ma la vita era durissima e lei si ammalò di morbillo. Così Cook la restituì al vecchio padrone Brodess e sua madre potè riaverla con sé, curarla e guarirla.

Un giorno fu mandata in un negozio di tessuti per sbrigare alcune commissioni, quando vide uno schiavo in fuga. Era riuscito a divincolarsi dal padrone e stava tentando il tutto per tutto per la libertà.

Lei era proprio sulla traiettoria della fuga del giovane schiavo.

Il padrone iniziò quindi ad urlarle di fermarlo e trattenerlo, ma lei si rifiutò.

Rimase immobile per lasciare allo schiavo il tempo di fuggire.

Allora il padrone, per fermare la fuga del suo schiavo gli lanciò un pezzo di metallo di quasi un chilo, ma colpì lei.

Quel chilo cambiò drammaticamente la vita della giovane Harriet.

Senza nessuna cura medica, passò solo due giorni di convalescenza e poi via! Bisognava a tornare a lavorare nei campi.

Ma da quel giorno, per tutta la vita, lei ebbe fortissime emicranie, vertigini, ipersonnia, attacchi epilettici, svenimenti improvvisi e delle visioni che lei considerava premonizioni divine.

Da queste sue premonizioni e dialoghi con Dio derivò poi l’altro suo nome: “Mosè”.

Come Mosè infatti, per tutta la sua vita, portò una moltitudine di schiavi verso la libertà.

Prima di cominciare a fare come Mosè, si sposò con John Tubman, un uomo libero, e cambiò il suo nome in Harriet Tubman. Ma il suo status di schiava non la lasciava. I suoi figli sarebbero stati schiavi come lei e proprietà dei Brodess. Questo lei non poteva accettarlo.

Intanto i suoi padroni tentarono in tutti i modi di venderla. ma le tante malattie di cui soffriva la rendevano poco appetibile sul mercato. Nel 1849 provarono pure a svenderla ad un prezzo “da saldo” e Harriet tremò all’idea.

Allora iniziò a pregare affinché l’uomo cambiasse idea. Ma Brodess si era intestardito come non mai: Harriet doveva essere venduta. Lei non voleva ed insistette con le sue preghiere, arrivando disperata a chiedere di far morire il suo padrone. Mai avrebbe pensato che quell’uomo terribile, nell’arco di una settimana, sarebbe morto per davvero.

La moglie di Brodess, Eliza Ann, una volta vedova iniziò a svendere tutti gli schiavi che aveva ereditato dal marito. Allora Harriet prese la grande decisione: fuggire.

Era arrivato il momento di liberare se stessa, innanzitutto.

Mai più schiava!

Dirà nei suoi racconti: “C’erano due cose a cui avevo diritto: la libertà o la morte; se non potevo avere l’una, avrei avuto l’altra” Continua a leggere La vita incredibile di Araminta Ross: nome in codice “Mosè”

Mai più un giorno infelice

In questi giorni sto leggendo la biografia di Patch Adams.
Ieri me ne sono letta una bella parte, stando in un corridoio di ospedale ad attendere un “verdetto???? ed è stato molto piacevole alternare l’attesa con la sua storia.
Lascio la parola a lui.
“Sono nato nel 1945 e le guerre si erano prese l’anima di mio padre, uomo dell’esercito che abbiamo seguito in varie parti del mondo. Avevo 16 anni quando se n’è andato, ma non posso dire di averlo conosciuto veramente, non c’era rimasto molto di lui dopo la seconda guerra mondiale.

Per fortuna mia mamma mi ha fatto

il dono più grande, quello dell’autostima, e mi ha insegnato l’importanza di amare indistintamente tutte le persone.

Vivevo nell’America razzista, mi sono reso conto dell’ipocrisia del mio paese da ragazzo, quando accanto alla fontana di un parco pubblico lessi: “Solo per i bianchi”.
Rimasi sconvolto, come potevano gli adulti accettare quell’orrore? Così a scuola facevo quel che potevo per oppormi allo scempio, e nella mia scuola di bianchi, tutte le volte che sentivo la parola con la “n”, quell’orrenda parola che non riesco nemmeno a pronunciare, iniziavo a urlare. Urlavo come un pazzo e dicevo: voi ditela pure, ma io non posso fare a meno di urlare.
Gli altri ragazzi mi aspettavano fuori da scuola, per picchiarmi.
Sono stato vittima dei bulli e questo è anche stato il motivo per cui ho iniziato a fare il clown: li facevo ridere, e i bulli non vogliono picchiare il loro buffone.
Funziona ancora, sai.
Sono 35 anni che indosso solo abiti da clown perché mi sono chiesto più volte: cosa posso fare di non violento per fermare la violenza? E allora ho capito che questi abiti colorati potevano aiutarmi.
Capita spesso di trovarsi di fronte a persone che litigano, mamme che sgridano i figli, ragazzi che fanno la voce grossa con le ragazze. Se assisto a scene del genere non faccio l’indifferente ma mi tiro su i calzoni, mi allargo la bocca con questo divaricatore (lo indossa), metto i denti finti (di plastica, galli) e attacco al naso questo moccio finto (abbastanza disgustoso) e ti assicuro che quando mi avvicino conciato così qualsiasi cosa facciano smettono di farla. Funziona.
Ho 73 anni e me ne sento 35, perché mangio bene e faccio attività fisica, ma tutto parte molto prima.
Avevo 18 anni, due ricoveri alle spalle in un ospedale psichiatrico, avevo chiesto io di essere ricoverato perché volevo di uccidermi. Ma mi ritrovai a Washington ad assistere al celebre discorso di Martin Luther King, che aveva un sogno: I have a dream. Lì ho capito quanto ero stato stupido, non dovevo morire, ma fare la rivoluzione, una rivoluzione non violenta basta sull’amore. Sono tornato in ospedale per l’ultima volta, e mi sono imposto che non avrei mai più avuto un giorno infelice.
Volevo un mestiere dove fosse facile tramettere amore. Ma all’università mi sono accorto che la maggior parte dei medici erano degli arroganti del tutto indifferenti ai loro pazienti. Mi hanno insegnato che in sette minuti dovrei essere in grado di capire quello che il paziente soffre e somministrargli una cura. Per me era inconcepibile, così ho deciso di fare a modo mio.
Sono un medico di famiglia e di solito il mio primo colloquio con un primo paziente dura quattro ore. Gli chiedo tutto, voglio conoscere tutto, alla fine diventiamo amici e solo così posso davvero aiutarlo.
Il mio sogno è aprire un ospedale con cure gratuite per tutti! In America il 70% delle bancarotte sono dovute alle spese mediche. E le spese mediche sono anche il motivo n.1 per cui si perde la casa. Inaccettabile. Qualche tempo fa mi ha scritto una famiglia: hanno perso la casa per cercare di curare il figlio, malato di leucemia, che poi è morto. È terribile, e lo è ancora di più il fatto che per sempre il ricordo di quel bambino sarà legato alla perdita della casa.
La situazione più difficile da affrontare è stata una bambina tristissima che non apriva la bocca da due mesi, né per mangiare, né per bere, né per parlare. Era stata violentata, e da allora s’era chiusa in se stessa. La prima volta che l’ho vista non c’erano espressioni sul suo volto, non sapevo che fare. Ho deciso di tornare da lei per parecchi giorni, e pian piano ha fatto dei progressi. Qualche mese dopo mi hanno mandato delle foto ed era irriconoscibile. Per il resto, come dicevo, cerco di rallegrare chi ho davanti, nulla di più.
Una volta mi hanno chiamato per fare il clown a 5 detenuti che il giorno dopo sarebbero stati uccisi, sarebbero morti impiccati. Uno non si è lasciato coinvolgere, gli altri quattro si sono divertiti tantissimo. Tu, se sapessi di morire domani, non vorresti passare il tempo che ti resta divertendoti? Che poi dovrebbe valere per tutti. Dato che tutti moriremo dovremmo goderci la vita, e divertirci.

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Se avessi mai commesso il peggiore dei crimini… (da una storia vera)

Lui si chiama Jacques Fesh e nasce il 6 aprile 1930 a Saint-Germainen-Laye.

Morirà il 1° ottobre 1957 a Parigi, a 27 anni, sulla ghigliottina.

Quel che avverrà nei suoi ultimi tre anni di vita in prigione, è un vero e proprio miracolo interiore.

Quella che state per conoscere è l’incredibile storia di Jacques Fesch!

E’ il mattino del 24 febbraio 1954 e Jacques entra in un negozio di cambiavalute a Parigi, di un certo Alessandro Silberstein in Rue Vivienne 39, chiedendo un notevole quantitativo d’oro. L’uomo si fida perché sa che quel giovane ha alle spalle una famiglia decisamente ricca, con un padre in grado di pagargli qualsiasi capriccio.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Jacques torna nel negozio per prelevare l’oro “prenotato” il mattino, ma approfitta di un momento di distrazione del cambiavalute, per colpirlo alla testa con il calcio della rivoltella. L’obiettivo è rubare.

Ma in un attimo accade il finimondo.

Il cambiavalute reagisce inaspettatamente con grande forza.

Grida come un pazzo.

Nella colluttazione Jacques si ferisce ad una mano e i suoi occhiali vanno distrutti.

Poi scappa!

La gente si raduna.

Jacques è alto, corre velocemente e riesce a distanziare tutti.

Raggiunge Rue Saint Marc, giunge al Boulevard des Italiens, dove scorge un caseggiato con la porta carraia aperta che immette in un cortile. Vi entra, attraversa il cortile, accede al palazzo, va all’ultimo piano e si nasconde nel terrazzo.

Intanto la gente lo cerca e a quella folla si unisce anche un gendarme che stava passando di lì.

Jacques, nel suo nascondiglio, aspetta un po’ di tempo. Poi si illude che tutto sia tornato calmo.

Allora si aggiusta i vestiti, ridiscende le scale e quando giunge al cortile cerca di attraversarlo.

Fa finta di niente.

Sembra che nessuno lo riconosca.

Ma quando sta per uscire dalla porta del cortile ecco uno che grida: “E’ lui!!!”

Panico!

Si sente braccato.

Il gendarme Georges Vergnes intima: “Mani in alto!” Continua a leggere Se avessi mai commesso il peggiore dei crimini… (da una storia vera)

Il vizio di vivere

La meravigliosa donna che vedete nella foto a sinistra si chiama Rosanna Benzi. ❤
E’ il 1962.
Rosanna ha 14 anni e quel giorno va a trovare un’amica malata di poliomelite. Purtroppo verrà contagiata e, nel giro di pochi giorni, si ritroverà a vivere per tutta la vita in un polmone d’acciaio all’Ospedale San Martino di Genova.
Due anni prima in Italia, cioè nel 1960, con 8000 casi di poliomelite, già si era iniziato a raccomandare la vaccinazione per le persone da 0 a 20 anni, ma non tutti avevano seguito il consiglio.
Solo sei anni dopo, cioè nel 1966, finalmente arriverà la vaccinazione di massa.
Per quella vaccinazione obbligatoria del 1966 non ringrazieremo mai abbastanza Sabin che, dopo aver scoperto il vaccino, scelse di non brevettarlo dicendo: «Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. E’ il mio regalo a tutti i bambini del mondo»
Fino alla fine restò testardamente attaccato alla sua voglia di salvare vite e durante gli anni della guerra fredda donò gratuitamente i suoi ceppi virali allo scienziato sovietico Mikhail Chumakov, per permettere lo sviluppo del suo vaccino anche in Unione Sovietica.
Ma torniamo a Rosanna Benzi che, in quel polmone d’acciaio, ci resterà per 29 anni.
Verso la fine del mese di maggio del 1963 Papa Giovanni XXIII le scrive una lettera: era venuto a conoscenza della sua storia e voleva “semplicemente” «ringraziarla per la sua voglia di vivere».
Qualcosa scatta in Rosanna ed in lei si fa largo una grande desiderio: impegnarsi per i diritti dei disabili.
Detta così sembra semplice, ma in realtà c’è bisogno di una grande voglia di vivere (oggi la chiameremmo “resilienza”) per scegliere di abbandonare il vittimismo e decidersi per il protagonismo.
Invece di vivere prigioniera di migliaia di rimpianti, decide di ascoltare la sua voglia di essere attiva in questo mondo.
«Non sono una masochista o una pazza – diceva – sono convinta di avere vissuto vent’anni che valeva la pena di vivere e che probabilmente non sostituirei con altri… Certo, se domani potessi uscire di qua e andarmene per strada sarei felice, ma sai quanta gente di quella che va per strada vive meno di me la propria vita? Quanta gente la spreca, o la lascia passare distrattamente? Io ho imparato a non buttare via niente».
Rosanna, con gli anni, diventerà una delle voci più autorevoli e ascoltate delle campagne a sostegno dei diritti dei disabili.

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Carissimi bambini doloranti, quanti siete? ❤
Dolcissimi innocenti e sofferenti, dove siete? ❤
Oggi non vorrei raccontare il dolore più grande del mondo.
Vorrei solo sognare un mondo nuovo.
Ve l’immaginate?
Vedo i potenti inchinarsi di fronte a voi ed ogni Erode abbracciarvi teneramente.????
Vedo madri asciugarsi le lacrime e voi riportati tra le loro braccia.????
Vi vedo dormire con una ninna nanna perfetta, perché i gridi di angoscia sono finiti.????
Vedo schiere di adulti chiedervi scusa e rimettere penne, libri e quaderni nelle vostre mani doloranti e affaticate.????
Vedo i gretti di sensibilità trasformarsi in poeti della vita e smettere di deridere gli innocenti e gli innamorati.????
Vedo gli ingordi di privilegi uscire dalle barricate del loro ego, per fermare ogni lacrima disperata proveniente da una culla innocente.????
E’ un brivido di speranza leggero che entra in me.

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