Partorite dal Padre

Carissima Cristina, io sono una povera donna che ha sempre sofferto. Non c’è un campo che mi sia stato risparmiato. In tutto questo, tuttavia, ho sempre cercato Dio ed è Lui che mi dà la forza, anche se spesso mi lascio andare allo sconforto. Tra i tanti problemi, il più grande è quello di non essermi sentita mai amata. Provengo da una famiglia che, dire che sia arida, è poco.

Le cose si sono complicate quando ho sposato un uomo che non ritenevano alla mia altezza, e me l’hanno sempre fatta pagare. Anche ora che l’ho perso.

Mi hanno allontanato i figli. Hanno fatto in modo che io non potessi vedere crescere il mio nipotino, perché hanno instillato in loro l’idea che io e mio marito siamo dei falliti.

Ho fatto un lavoro immane per riportarli un po’ a me. Con uno ci sono riuscita poco, con l’altro meno e questo mi fa soffrire moltissimo.

Non è bello vederlo trattare i suoi suoceri come se fossero i suoi genitori solo perché sono benestanti e sentirsi mettere ogni volta sulla bilancia perché non ho niente. Il mio atteggiamento è quello del silenzio, ma, credimi, ho proprio bisogno di sentirmi amata.

Ora sto per dirti una cosa che forse ti amareggerà: a volte desidero ammalarmi per vedere nei loro occhi un po’ di amore. Perdonami, non so neanche perché ti ho scritto. Mi mancano intorno persone come te. Che Dio ti benedica e ti dia quello che il tuo cuore desidera più di ogni altra cosa. Paola.

Carissima Paola, non mi hai amareggiata con le ultime tue tre righe. Non mi hai delusa. Mi hai piuttosto stupita per la tua trasparente ed ammirevole sincerità.

Tanto abbiamo tutti la nostra personale fame d’amore ed è per questo che tanti poeti ed artisti l’hanno descritta.

Il 5 luglio 1828 Giacomo Leopardi scriveva ad Antonietta Tommassini: “Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né di altre cose simili; ma ho bisogno d’amore”

Erich Fromm diceva che senza amore l’umanità non sopravvivrebbe un solo giorno“.

Nella piramide dei bisogni di Maslow, l’amore è compreso nel bisogno di appartenenza e accoglienza che precede (e quindi è più urgente) del bisogno di stima e di autorealizzazione.

Tutti cerchiamo l’amore con il lanternino e, consapevoli o meno, ci avviciniamo ad ogni sua possibile forma.

Talvolta prendiamo delle fregature perché lo cerchiamo nei surrogati, ma non sempre si riesce a resistere alla tentazione di trovarlo lì. I surrogati possono essere tanti. Fama, potere, denaro, posizione sociale… ed anche la malattia.

Sembra assurdo, ma si fa di tutto pur di sentirsi un po’ amati.

Di tutto!

Tu almeno hai avuto il coraggio di guardarti dentro.

Ora però c’è da fare la seconda parte: guardarti intorno.

Perché c’è sempre, intorno a noi, una soluzione per superare le nostre difficoltà.

Altrimenti rischieremmo di implodere in una bolla di pessimismo cosmico. Continua a leggere Partorite dal Padre

“Sappi che il mondo si regge sulla tua gioia più che sulle tue lacrime” (F. Erminio)

“Salve, mi chiamo Federica e sono una ragazza di 22 anni. Io non so cosa si scrive in queste occasioni. Non so come rendere davvero l’idea di quello che avrei voglia di dire. Ma ci provo perché è da un po’ che lo prometto a me stessa.

La cosa che più mi preme è dirle che la stimo. Io la stimo, tanto. La stimo per la persona che é e che, anche solo dietro uno schermo di un telefono, traspare. La stimo per le cose che fa, che dice e che scrive. Per l’amore e la speranza che trasmette.

Io ho 22 anni, sono una ragazza, ma mai ho avvertito così tanta speranza come quando leggo le sue parole.

Se solo ne esistessero di più di persone come lei nel mondo… Forse tutto avrebbe un pochino più di senso. Almeno un po’.

Comunque, oltre a questo vorrei dirle altre cose.

Io ho tanti anni ancora avanti ma tanti e tanti alle spalle che pesano come macigni. Questo forse é un periodo, se così posso descriverlo, più “tranquillo”. Eppure ci sono alcune sere in cui, la mente e il cuore, non fanno altro che torturarmi e ricordarmi ogni mia condanna. Tra un po’ compirò 23 anni e questi giorni mi stanno tormentando. La notte non riesco a dormire, neanche mezzo secondo. Mi sento come se la vita mi scivolasse da sotto i piedi senza neanche accorgermene.

Sa cos’è? È che io il mondo, già a sei anni, lo guardavo con gli occhi da grande. A sei anni ero già grande. E tante cose non ho vissuto, tante cose non ho avuto. Ma non materiali, di quelle me ne faccio ben poco. Non ho avuto l’amore, non un “ti voglio bene”, non un “come stai” dalle persone che forse avrebbero dovuto. Avevo una tempesta dentro ma nessuno doveva vederla, perché io dovevo rendermi forte per tirare su mia madre caduta in depressione. Dovevo rendermi forte e responsabile per crescere mia sorella e non lasciarla andare ad un destino che si sarebbe rivelato incontrollabile. Dovevo nascondere la tempesta, perché non potevo crollare. Non potevo. Se fossi crollata io, sarebbe crollata tutta la famiglia. E quindi, con dolori e responsabilità sulle spalle, sono partita per il viaggio che ha segnato la mia vita: crescere. Non l’ho mai voluto. Non ho mai voluto le improvvise ed eccessive “attenzioni” di mio padre. Non ho mai voluto essere toccata in quel mondo. A me, bastava un abbraccio. A me, bastava uno sguardo. Sono cresciuta così, con questa tempesta nel cuore e con un macigno sulle spalle. Sorridere sempre e non far capire mai agli altri cosa stava realmente accadendo. Non sia mai. Doveva filare tutto liscio. Oggi ho 22 anni e sento di non appartenere a nessun posto nel mondo. Sento di non star andando in nessuna direzione e che la mia vita sia in realtà tutta già scritta. Non so se riuscirò mai ad andare oltre, non so se mi innamorerò, non so se diventerò quella che ho sempre sognato.

Oggi ho 22 anni, studio per riuscire a realizzare almeno uno dei miei sogni. Studio per andare via. Per riuscire a crearmi una vita come l’ho sempre sognata. Studio, per riuscire, anche io come lei, a diventare insegnante. Per cercare e salvare tanti occhi dispersi, come lo ero io.

Oggi ho 22 anni e per così tanti anni mi sono sentita solo un pezzetto di carta strappato e calpestato dal primo che passava. Per così tanti anni i sensi di colpa e la rabbia hanno abitato dentro la mia anima. Per così tanti anni l’unica cosa a cui ambivo era salvare mia madre e mia sorella. Io, potevo aspettare. Oggi, mi penso un po’ di più. Oggi, ogni tanto mi abbraccio. Non ho mai avuto un abbraccio quindi lo faccio io. Oggi ho 22 anni, ho aiutato mia madre a salvarsi dalla depressione ben due volte. Ho cercato di portare mia sorella verso le strade giuste, mai compito più difficile. Mi fa dannare, disperare e piangere tanto. Spero per lei un futuro e una vita diversa dalla mia. Sarà l’adolescenza, ma proprio non troviamo un punto d’incontro. Eppure lei aspetta me, sempre. Di notte la ritrovo sul mio letto quando tardo ad arrivare, con la paura che anche io la possa abbandonare. Lei non lo sa, ma non ne sarei mai capace. Oggi ho 22 anni e ho perso la persona più importante della mia vita, mio nonno. Ho camminato nel buio per mesi ed anni. Forse vedo uno spiraglio, forse. Ho attutito i colpi lanciati e scagliati con una violenza inaudita. Ho sofferto e sopportato il peso di essere me. Ho cercato una strada per arrivare al cuore di mia sorella quando anche lei era esausta di questa vita e voleva farla finita. Ho battuto la testa e il cuore contro mia madre per cercare da lei un po’ di amore. Ma oggi, ho 22 anni. 100 anni alle spalle e 100 ancora da vivere. Questa vita mi pesa, tanto. Il dolore che ho dentro ancora mi urla e mi lacera l’anima. Mi dico che vorrei fare tante cose nella vita, ma poi resto ferma al punto di partenza. Tutti mi dicono che sono “rara” perché metto sempre gli altri avanti per salvarli o aiutarli almeno un pochino. Di questo, forse un po’ ne vado fiera. Aiutare gli altri è sempre stato il mio forte.

Per caso, verso maggio, in piazza tutte le domeniche c’erano le lodi. Una signora mi si avvicinò, si presentò e mi disse “Gesù ti ama”. Lì per lì mi uscì un sorriso spontaneo ma non per dire “lo so grazie” ma per dire “si come no”. Lei si fermò accanto a me per più di due ore credo a raccontarmi la sua storia e di come Dio l’avesse salvata. Mi lasciò con un magone in gola per il resto dei giorni a venire e non potevo fare a meno di pensarci. Però dentro di me continuavo a pensare a tutto quello che ho sopportato e di quanto quella sia la dimostrazione che forse Dio qualcuno di noi se lo dimentica. Comunque per le domeniche restanti continuai ad andare in piazza, con la scusa del cane, per non ammettere a me stessa che ero interessata e che parlare con quella signora mi dava un po’ di speranza ed era ciò di cui avevo bisogno. Finite le lodi, mi restò un po’ d’amaro in bocca, come se qualcosa volesse uscire dal mio corpo ma non sapevo cosa. Mi vidi con quella signora per un caffè e li capii che dovevo raccontarle la mia storia, non le dissi tutto perché ricordare tante cose mi devasta, ma avevo bisogno di sentire che potevo andare avanti e sorvolare quell’enorme muro che mi si era creato avanti. Iniziai a leggere un po’ la bibbia, a pregare non prestando mai particolare attenzione alle preghiere ma cercando di dire ciò che il cuore chiedeva. Tutte le sere, quando il buio calava, uscivo di casa e mi andavo a sedere sulle scale della chiesa e cercavo dentro di me risposte. In quel periodo diedi tre esami universitari senza un accenno d’ansia, dato che solitamente ho crisi di vario genere. Poi sono partita per tutto il mese d’agosto. Lì le distrazioni sono state tante, ma ogni mattina, anche se magari facevo la nottata con gli amici, alle sei andavo in spiaggia per parlare con Dio. Quando sono tornata a Napoli non ero più la stessa: Sentivo di essere cambiata nei miei confronti e in quelli degli altri. E mi sentivo bene. Ma oggi, io non credo di stare veramente bene. Perché oggi non riesco di nuovo a fidarmi di tutto quello che ho provato nei mesi precedenti. Non ci riesco più. Il pensiero anche solo di pregare mi fa stare male. Ed io il motivo preciso non lo so. Mi sento persa, confusa e anche molto vuota. So che forse mi potrà dire “torna da Dio”, ma io non ci riesco. Soprattutto in questo periodo vedo il nulla attorno a me ed i fantasmi del passato stanno tornando a farmi visita. Ma poi leggo le sue parole, così consapevoli. Mi lascia sperare, mi danno speranza. E non sa quanto questo sia importante per me. Per me, che non credevo neanche più di esistere. E quindi, anche se non mi conosce, io la ringrazio perché c’è e si fa sentire forte. Anche io posso sentirla, credevo di no. Invece posso, grazie

Carissima Federica, è stato davvero molto molto bello leggere la tua autoanalisi strapiena di cado ma non mi arrendo.

Succede a tanti di camminare faticosamente in salita, solo che tu hai il dono della scrittura.

Ora credo sia inutile parlarti delle dolorose ferite che la mancanza di amore ci lascia dentro. Purtroppo lo impariamo benissimo a nostre spese, senza bisogno di una laurea in psicologia.

E credo sia superfluo parlarti della perseveranza nella preghiera. Anche questa è una cosa che comprendiamo subito. Non occorre essere dei geni per intuire che l’acqua vince sulla roccia non per la sua forza ma per la sua perseveranza.

Allora che cosa diremo?

Come li passeremo i prossimi tre o quattro minuti insieme?

Li passeremo navigando a vista tra poesia e fiducia. Continua a leggere “Sappi che il mondo si regge sulla tua gioia più che sulle tue lacrime” (F. Erminio)

Voglia di ricominciare

“Mi chiamo Sara ed ho ventinove anni. La mia vita è stata un calvario a causa delle innumerevoli sofferenze fisiche e psichiche che ho subito sin da piccola da parte della mia famiglia di origine. Sin da molto piccola sono stata costretta a crescere sola e a fare da genitore ai miei. Come conseguenza di tutto ciò mi sono ammalata di una grave forma di panico, ansia, angoscia, depressione, non ho voluto vedere più nessuno. Circa dieci anni fa ho assunto dei farmaci ed ho iniziato finalmente a vivere (pur con tutti i problemi).

Purtroppo le conseguenze ci sono su di me, specie nei rapporti sociali. Infatti non ho mai avuto un ragazzo, ma cerco di andare avanti. Scusa per lo sfogo, ma chissà se hai qualche parola di speranza anche per me. Grazie, con affetto. Sara.

 

Cara Sara, quant’è doloroso sentirsi feriti fin da piccoli? Tanto.

E quant’è difficile ammetterlo con sé stessi? Ugualmente tanto.

E’ talmente difficile che la maggior parte delle creature umane, invece di ammetterlo, si fissano (spesso inconsciamente) in un ingiusto Io non merito di essere amato.

E da quel momento in poi la vita diventa come una corsa ad ostacoli per avere la dose quotidiana di amore, atta a nutrire la propria anima perennemente affamata.

Ovviamente la dose non è mai abbastanza, perché si è sempre in crisi di astinenza.

O meglio: appena si riceve una dose di affetto o stima da parte di qualcuno, lì per lì ci si sente appagati e sereni.

Persino felici.

Ma poi ricomincia la corsa.

Una corsa affannata fatta sul tapis roulant della quotidianità: tanto affanno e pochi passi in avanti.

Ed ecco allora l’ansia, il panico, l’angoscia, la depressione, la chiusura… ed infine la solitudine.

Ci si sente soli anche in mezzo alla gente.

Allora ci si mette delle maschere per cercare di diventare più amabili o per nascondere il proprio dolore interiore.

E’ una vita emotiva estremamente faticosa. Continua a leggere Voglia di ricominciare

“STAMMI VICINO”. “NON TI LASCIO” “MI VUOI BENE ANCORA?” “DI PIU’”

Quando entra in sala insegnanti o in classe non passa inosservata: è troppo simpatica ed allegra per non farsi notare.

Sportiva, spontanea ed amica mia.

Da tanti anni ci conosciamo ed il tempo ci ha piacevolmente legate. All’inizio abbiamo cominciato con il condividere i viaggi d’istruzione ed i progetti scolastici. Poi, pian piano, abbiamo condiviso anche i retroscena delle nostre vite, comprese confidenze intime e lacrime.

Anche quando la scuola ci ha divise, mandandoci in luoghi diversi, la nostra amicizia è rimasta.

Vera e spontanea come è sempre stata.

Quando insegnavamo nella stessa scuola, io l’ammiravo tanto per come riusciva a non farsi fagocitare dalla sua terribile vita privata, dando sempre un’immagine di spensieratezza ed alta professionalità.

Eppure…

Eppure, come tanti di noi, anche lei aveva la sua battaglia personale sconosciuta ai più.

Ancora ricordo le sue lacrime quando mi raccontava di aver trovato polizia ed ambulanza vicino casa sua perché …

Non vado nei particolari ma scrivo solo una parola: tossicodipendenza.

Un figlio bravissimo ed un figlio difficilissimo.

Lo scrivo questo particolare, perchè voglio proteggerla dai giudizi faciloni di chi, baciato dalla fortuna, crede che il proprio bravo figlio sia merito esclusivo della sua bravura educativa.

La crescita di un figlio dipende da così tanti fattori …

Quando si toccano questi tasti, è sempre troppo facile giudicare e sentenziare.

Un po’ di giorni fa la chiamo e lei mi dice: “Cri, ho scritto una lettera a Carolina. Anche lei ha avuto un figlio tossicodipendente e mi può capire. E sai una cosa? …” Continua a leggere “STAMMI VICINO”. “NON TI LASCIO” “MI VUOI BENE ANCORA?” “DI PIU’”

Una storia vera. Perchè la realtà supera la fantasia e i sogni raggiungono la realtà.

E’ giovedi 2 maggio 2019 ed io sono a San Patrignano con circa 90 miei studenti.

Da sempre sono fortemente attratta dai luoghi dove si raccolgono creature che cadono e si rialzano.

Dentro le vene di San Patrignano scorre sangue rosso vita.

E’ un sangue che si racconta.

Come il sangue rosso vita che ci ha donato Marco (non è il suo nome vero, ma non è questo l’importante del racconto). Non posso farvi sentire le sue pause, il suo tono pacato, il silenzio concentratissimo che ha accompagnato i 35 minuti del suo racconto. Ma posso farvi leggere quello che ha detto, riprendendolo parola per parola, dalla registrazione che ho fatto quel giorno.

Potrete leggere e farvi anche voi la vostra dose quotidiana di coraggio e rinascita. 

Buona lettura a voi e buona vita a Marco!

 

Mi chiamo Marco e sono di ********. In famiglia i miei mi hanno sempre ricoperto di attenzioni ed amato. Anzi, mia sorella era pure gelosa di me per le attenzioni che avevo…. Ma quand’ero piccolo non riuscivo a stare fermo, ne combinavo una dietro l’altra, finché un giorno ne ho combinata una talmente grande che la maestra mi ha preso per i capelli e me ne ha date talmente tante… e poi mi ha messo sotto la cattedra. Quest’episodio mi ha un po’ cambiato perché, da lì in poi, io non sono più stato vivace. Mi sono rinchiuso in me stesso. Non parlavo più. Tornavo a casa, mia mamma mi vedeva strano ed io non dicevo niente. Ero silenzioso. Però dopo alcuni giorni stavo talmente male che mi son messo a piangere ed ho raccontato a mia mamma tutto quello che era successo con la maestra… lei mi ha cambiato scuola. La seconda classe elementare l’ho fatta in un altro istituto. Ma quando sono arrivato lì, io oramai non ero più lo stesso. Se prima ero di compagnia e scherzavo, lì stavo in un angolo, da solo, perché avevo paura delle reazioni degli altri. Non riuscivo ad interagire con gli altri. Ero sempre da solo e venivo preso di mira. Ricordo che anche quando mi chiedevano qualcosa io non riuscivo a parlare tranquillamente. Balbettavo. Sono cresciuto così fino alla quinta. Continua a leggere Una storia vera. Perchè la realtà supera la fantasia e i sogni raggiungono la realtà.

Viva la libertà!

Prof, è tutta la mattina che ho in testa questa canzone. Chissà se le ragazze del carcere la conoscono e la cantano. Grazie ancora per l’avventura di oggi!”.

Sono le 18.00 e chi mi scrive è Alessia, alunna oramai alla soglia dell’esame di maturità. Oggi lei, insieme ad altri 35 ragazzi e ragazze, è venuta con me al carcere femminile.

Volevamo passare bene la Giornata della Donna ed abbiamo pensato che sarebbe stato bello iniziarla con donne in rinascita.

Dovevamo ritornare a scuola per le 13.10; puntuali con l’orario classico di fine lezione. Invece siamo tornati alle 15.10. Due ore di ritardo. Due ore come il tempo che mi ci è voluto per convincerli a venir via dal carcere. Gli abbracci finali non finivano mai e tante domande sono rimaste lì, in sospeso.

Le ragazze” (come le ha chiamate Alessia) ci hanno accolto con uno spettacolo di danza.

Io non so bene come raccontare una mattinata in cui ho visto lacrime e sorrisi scorrere in lungo e in largo.

Ho osservato balli di gruppo pieni di risate e passi di danza intrisi di timidezza.

Ho ascoltato commoventi inni alla vita da chi, più di una volta, ha pensato seriamente al suicidio.

Ed alla fine mi sono chiesta: perché appena posso, ritorno in carcere?

Una risposta me la sono data. Continua a leggere Viva la libertà!

Come si salvarono centinaia di ebrei grazie ad un colonnello tedesco, un vescovo, dei frati, un ciclista, delle monache di clausura e una città intera: Assisi.

Sono le 19.30 dell’8 settembre 1943 quando il maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano, entra nella sede dell’EIAR, la radio di stato italiana.

Al posto dell’uniforme indossa un abito grigio e un cappello floscio.

In pochi minuti registra un messaggio breve e volutamente ambiguo riguardo l’atteggiamento da tenere verso gli ex alleati tedeschi.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.

Da quel momento tutto precipita.

Durante la notte re, governo e comando supremo fuggono da Roma lasciando alle forze armate, come unica direttiva, quelle oscure parole lette alla radio.

Chi sono ora i nemici? Gli americani o i tedeschi?

Chi bisogna combattere?

E, soprattutto, come bisogna procedere?

Soltanto alle 0:50, in seguito a valanghe di richieste di istruzioni, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Roatta fa trasmettere il seguente fonogramma Ad atti di forza reagire con atti di forza”.

Una confusione totale!

La popolazione è nel panico.

Roma è abbandonata e nessuno ne ha organizzato la difesa.

Una parte dei militari ed alcuni coraggiosi cittadini si mettono subito insieme per difendere Roma dall’avanzata nazista, ritrovandosi lungo le mura di Porta S. Paolo, innalzando barricate e facendosi scudo con vetture e tram rovesciati. Ma nel primo pomeriggio del 10 settembre 1043 questa resistenza spontanea è travolta dai mezzi corazzati tedeschi e il capo di Stato Maggiore della Divisione “Centauro” Leandro Giaccone firma la resa a Frascati, presso il quartier generale tedesco, accettando la richiesta tedesca di cessare il fuoco e di trasformare Roma in città aperta.

Poco dopo i tedeschi rinnegheranno l’accordo e prenderanno il controllo della città

In quei terribili momenti, alcune famiglie ebree decidono di partire alla volta di Assisi.

 

In quella città sperano di trovare qualcuno disposto a difenderli dalla morte.

 

Assisi…San Francesco…

Non immaginano che lì davvero cammineranno sulla “Via della salvezza”.

Vi sto per raccontare una storia che, se volete, potrete conoscere da vicino.

Molto vicino. Continua a leggere Come si salvarono centinaia di ebrei grazie ad un colonnello tedesco, un vescovo, dei frati, un ciclista, delle monache di clausura e una città intera: Assisi.

Trasforma la tua vita un mattino alla volta

Filippo è biondo.

I suoi occhi sono chiari ed il suo viso ha una delicatezza angelica.

In classe è quasi sempre silenzioso.

Durante le spiegazioni non batte ciglio. E’ concentrato.

Esternamente è una specie di sfinge elegante. Apparentemente tranquillo. Riservatissimo.

Come si fa a non essere incuriositi da uno studente così?

Poi una notte, a mezzanotte e venti, mi arriva un suo messaggio.

E’ lungo.

E’ drammatico.

“Prof, le posso fare una domanda?

Lei immagini un ragazzino sempre vivace e sorridente.

Un giorno va al giardino con suo fratello…  mezzora dopo però si risveglia in un ospedale. Il ragazzino, fortemente disorientato, chiede subito ai medici dove sia suo fratello. Chiede e chiede finché, finalmente, gli viene detto che suo fratello è al sicuro a casa della nonna.

A quel punto quel ragazzino scopre di essere stato investito da una macchina. Con l’impatto si era subito rotto la tibia ma, non bastando, si era procurato anche una microfrattura alla testa, con relativo trauma cranico. Tutto questo gli aveva fatto perdere la memoria e lui non si ricordava più niente dell’incidente. Più tardi scoprirà che l’avevano raccolto con il viso trasformato in una maschera di sangue, sia per l’impatto con il vetro dell’auto che per l’urto violento con l’asfalto, fatto dopo un terribile volo di 11 metri.

Dopo le analisi, lo portano in una camera. I genitori lo attendono in ansia. Cercano di parlargli. Ma lui niente. Non risponde. Tornerà a casa una settimana dopo.

Lì lo aspetterà un mese a letto, impossibilitato ad alzarsi a causa del gesso fino all’inguine. Però lui, in quel letto, non è solo. Nella sua testa si stava insinuando una voce. Un tormento. Una voce che esprimeva odio verso tutti e che gli diceva cose orribili.

Per un mese tutto questo!

Nel frattempo, dopo una settimana dal suo ritorno a casa, suo zio muore. Fu quello il fatto scatenate della rabbia, dell’odio e della voce nella sua testa. Il giorno prima dell’incidente infatti, quel ragazzo aveva promesso allo zio che lo avrebbe visto giocare a calcio. Suo zio ci teneva a vederlo e lui ci teneva a mantenere la promessa.

Invece… poi…

L’incidente per lui e la morte per lo zio.

Passano i mesi ma quel ragazzo pensa insistentemente a quella promessa mai mantenuta e a quei fatti drammatici. E ci pensa con l’aiuto terribile di quella voce nella sua testa.

La voce…

La voce… Continua a leggere Trasforma la tua vita un mattino alla volta

La malattia reca con sé sguardi nuovi sulla vita

“La parola di Dio per me è fonte presso cui mi disseto. Leggevo il blog ed ho condiviso il post che afferma che tutto è guidato da Dio secondo i suoi piani. Mi chiedo se anche una malattia possa essere voluta da Lui. Soffro da mesi a causa di un tumore che ha colpito mio padre, in un momento in cui avrebbe voluto vedere noi figlie più realizzate. Prima che si ammalasse aveva pensieri di forte scoraggiamento riguardo al nostro futuro, vedeva tutto in senso negativo. Si era allontanato già da parecchio dalla fede, covando rancori e custodendo in sè qualche suo peccato che mi sembrava lo stesse divorando. Costantemente mi chiedo il perchè della sua malattia e soffro nel vederlo impotente. Giulia”

Carissima Giulia, non so cosa rispondere al tuo “perché” riguardante la malattia di tuo padre.

D’altra parte chi, se non il Creatore, saprebbe darci una risposta certa e chiara in proposito?

E chi, se non Gesù stesso, saprebbe poi convincerci in modo indubitabile che Dio non ci vuole infermi? Le sue guarigioni regalate in ogni angolo della Palestina, parlano chiaro.

Dio quindi, non ci vuole né ammalati e né deboli.

Questa è una certezza che Gesù ci ha lasciato in eredità.

Eppure, nonostante questa chiarezza teologica, il dubbio che dietro ogni malattia ci sia lo zampino di Dio, ci rimane sempre.

Sarà l’inconscio…

Sarà il bisogno di trovare un capro espiatorio

Sarà la rabbia di sentirci senza futuro…

Sarà la tentazione di farci un Dio a nostra immagine e somiglianza

Sarà che l’infermità debilita il corpo e schiaccia l’anima…

Certo è che quando la malattia inizia a camminarci accanto, ci vuole un surplus di fiducia nella vita per continuare ad esserle grati.

E la fiducia nella vita viene soltanto trovandole un senso.

Io non conosco altro modo per sentirla appiccicata a noi anche quando la malattia ci vorrebbe isolati e già morti. Continua a leggere La malattia reca con sé sguardi nuovi sulla vita

La morte spiegata ai bambini che ne hanno paura

Salve cara Maria Cristina, mi chiamo Marina, sono catechista ed ho ricevuto un bellissimo dono: il suo libro “IN TE MI RIFUGIO”. Mi emoziona sempre di più (ogni domanda, ogni riflessione ogni dubbio dei suoi ragazzi e ogni risposta bella, riflessiva, toccante e materna che lei dà).

Ho una domanda io da farle (forse mi considererà un po’ come i suoi ragazzi). Ho un bimbo nel gruppo di catechismo (nel cammino della Cresima) che ultimamente ha degli attacchi di ansia perché pensa alla morte. Questo mi è stato raccontato dalla sua mamma.

Ora, dovendo raccontare e far conoscere il vissuto di molte ” Pietre Vive” che hanno sperimentato la fede e accettato la loro malattia offrendola a Dio, morendo molto giovani, non so quale termini e modi usare per non turbare Andrea (questo è il suo nome).

Se può darmi anche solo un piccolo suggerimento gliene sarei molto grata. Mi scuso per il disturbo. E grazie per quello che è e per quello che fa, non soltanto ai suoi ragazzi ma anche a me

 

Carissima Marina… la morte; argomento duro, difficile, misterioso, doloroso.

Per i bambini poi! In loro tutto viene vissuto in modo amplificato ed anche il solo parlarne può essere motivo di ansia.

Che fare allora? Scegliere il silenzio finchè si può?

Qui stiamo parlando di un bambino di circa 10 anni, immagino.

E stiamo parlando di una famiglia che vuol far camminare spiritualmente il proprio bambino, immagino.

Ed allora proviamo a trovare tre punti fermi a cui aggrapparci per passare ai bambini certe verità di fede con un sottofondo rasserenante.  Continua a leggere La morte spiegata ai bambini che ne hanno paura